Lea Sestieri - Camaldoli, novembre 1999
(+ Appendice 2000)


                                   

"Nella relazione interpersonale non si tratta di pensare insieme all'altro, bensì di essere di fronte. La vera unione o il vero insieme, non è un insieme di sintesi ma un insieme di faccia a faccia." 
E. Levinas: Etica e Infinito Città Nuova 1984


      Nell'analizzare il cammino compiuto in questi 50 anni dobbiamo tenere presente quante difficoltà, quante impostazioni soprattutto teologiche la Chiesa ha dovuto e deve superare per rendere possibile una nuova rispettosa relazione con gli Ebrei; e da parte ebraica quanti disperati ricordi di menomazioni, persecuzioni e anche torture debbono essere superati per capire ed accettare questo felice cambiamento.
      L'Ebreo in realtà sente - come osserva Paolo De Benedetti (2) - che "l'origine dell'antisemitismo serpeggiante è ancora e sempre la Chiesa Cattolica, o meglio un po' tutte le Chiese Cristiane, che non sono mai riuscite a definirsi, se non in opposizione a qualcosa, cioè all'Ebraismo."

Il nostro secolo: i primi anni 50

     Questo secolo di cui vogliamo ricordare i secondi 50 anni nasce purtroppo con una eredità di un nuovo antisemitismo, sviluppatosi verso la metà del sec. XIX, che aveva avuto il suo culmine nel processo Dreyfus in Francia, l'atmosfera non era e non poteva essere delle migliori.
     Per dare un'idea ricordo le parole di Pio X nel gennaio 1904 a Teodoro Herzl che chiedeva l'appoggio Vaticano per l'insediamento degli Ebrei in Palestina: "Gli Ebrei non hanno riconosciuto Nostro Signore, perciò non possiamo riconoscere il popolo ebraico". E più avanti nella stessa conversazione: "Favorire gli Ebrei nel possesso dei Luoghi Santi, questo proprio non possiamo farlo".
      Parole che erano state precedute da quelle del Segretario di Stato Cardinale Merry del Val: "Finché gli Ebrei negano la divinità di Cristo, noi non possiamo pronunciarci in loro favore"(3).
      Al margine e in contrapposizione a queste posizioni purtroppo ufficiali, negli anni venti, ed esattamente tra il 1926-28 si era formata a Roma l'associazione Amici d'Israele con il fine di diffondere una migliore comprensione dell'ebraismo, associazione fondata da Antonio van Asseldonk procuratore generale dei canonici di Santa Croce e da Francisca van Leer ebrea olandese convertita al cristianesimo. Sviluppatasi rapidamente l'associazione contava tra gli aderenti 19 cardinali, 279 vescovi e 3000 preti di tutte le parti del mondo. Il suo programma si riferiva essenzialmente ai problemi fondamentali dell'antisemitismo teologico: popolo deicida, conversioni, e chiedeva già allora l'abolizione della preghiera "pro perfidis judaeis" (bisognerà aspettare papa Giovanni XXIII). L'associazione fu condannata dalla Chiesa con decreto del 25 marzo 1928. Ancora una volta si nota che doveva succedere l'orrore della Shoah perché la Chiesa arrivasse a sentire le. necessità di ripensamenti.
      Intanto nel 1927 in Inghilterra si era formata l'Associazione di Londra di ebrei e cristiani. Nel 1928 negli Stati Uniti nasce la Conferenza nazionale di Cristiani ed Ebrei.
Da  parte ebraica si possono ricordare le posizioni di apertura prese fino dalla fine del secolo passato da Elia Benamozegh, e poi quelle dei filosofi Martin Buber e Franz Rosenzweig (4).
      Gli anni trenta, caratterizzati dall'affermarsi del nazionalsocialismo in Germania (1933) e dall'inizio delle legislazione razziale antiebraica in Germania e, in Italia, sono nella Chiesa gli anni del pontificato di Pio XI e poi per tutti  gli anni della guerra quelli del pontificato di Pio XII.
      Di Pio XI si ricorda sempre la sua frase a un gruppo di pellegrini: "L'Antisemitismo è inaccettabile; spiritualmente siamo tutti semiti". Ma c'è anche altro. Il 20 luglio 1933 veniva siglato il concordato con la Germania di Hitler; lo firma il Segretario di Stato di Pio XI Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII. Concordato diventato già nel 1935 un pezzo di carta senza valore, in quanto il disprezzo verso la Chiesa di Roma da parte dei nazisti diventava sempre più manifesto e violento. E così nel 1937 è pronta l'enciclica Mit Brennender Sorge (Con ardente pena) diffusa e letta in tutte le Chiese di Germania la domenica delle palme del 1937 a dispetto della Gestapo. Pio XI vi denunciava implicitamente la persecuzioni contro "la razza ebrea". E nel 1938 durante la visita di Hitler a Roma Pio XI si ritira a Castel Gandolfo e fa chiudere i Musei Vaticani.
      Parlare adesso di Pio XII, delle sue così dette simpatie verso la Germania nazionalsocialista, del suo inizio di pontificato con l'esclusione della pubblicazione dell'ultima enciclica di Pio XI; poi dei suoi eventuali silenzi in relazione agli orrori perpetrati dai nazisti durante la guerra, porterebbe lontano. Ricordo solo per sincerità storica che nel 1943, dopo la caduta di Mussolini, alla richiesta della abrogazione delle leggi razziali, la Segreteria di Stato si oppose con queste parole tramite padre Tacchi Ventura: "Secondo i principi e la tradizione della chiesa cattolica, la legge razziale ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma".(5)

Dal 1946 al 1997
                                   
     Nel 1946, subito dopo la fine della guerra si forma l'International Council of Christians and Jews. Nell'agosto dello stesso anno si realizza a Oxford una riunione su Libertà, Giustizia e Responsabilità. Nella conclusione tra l'altro si scrive: "La recente storia mostra che un attacco all'ebraismo è un attacco ai principi fondamentali dell'ebraismo e del cristianesimo su cui poggia la nostra società umana costituita".
     Sono i prodromi della riunione di Seelisberg del 1947 in cui si stabiliscono e diffondono 10 punti basici per le relazioni con gli ebrei tracciando un primo ripensamento. Fra i membri eminenti della riunione vi erano Jules Isaac e Jacques Maritain. Era il 30 luglio-5 agosto 1947, il lemma della riunione era: Conferenza internazionale straordinaria per combattere l'antisemitismo. J. Isaac proponeva 18 punti, ne furono approvati 10, alcuni dei quali ripresi poi nella Nostra Aetate. J. Isaac lamentava di non aver potuto farvi introdurre il "mea culpa". Scrivevamo nell'introdurre il testo dei 10 punti: ''Il presente documento è stato scelto come punto di partenza per la nostra raccolta a causa della sua importanza storica: dopo tanti secoli di incomprensione e di diffidenza nei rapporti tra ebrei e cristiani, esso può essere considerato come il primo importante  tentativo di conversione, capace di dar vita a un nuovo atteggiamento"(6) .
      Un anno dopo nell'agosto 1948 si realizza ad Amsterdam una grande Assemblea (preparata da oltre un decennio): due grandi filoni del movimento ecumenico d'ispirazione soprattutto protestante ed anglicana (Fede e Costituzione; Vita e Azione) si fondono dando origine al Consiglio Ecumenico delle Chiese con sede a Ginevra. Il tema trattato: Disegno di Dio e disordine dell'uomo ha un particolare riferimento all'antisemitismo e alle persecuzioni contro gli ebrei, ma insiste ancora sulla missione di evangelizzazione verso il popolo ebraico.
      Seguono altre riunioni negli anni cinquanta in varie città di Germania e Francia fino al 1961 con la riunione del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Nuova Delhi, in cui viene emanata una risoluzione relativa all'ebraismo: "L'antisemitismo è un peccato contro Dio e contro l'uomo".
       L'epoca del Concilio Vaticano II è ormai arrivata. L'incontro tra Giovanni XXIII e Jules Isaac smuove definitivamente le acque in modo che nel Concilio venga inserito qualcosa di nuovo sull'ebraismo e sugli ebrei. Il cammino che porta alla dichiarazione Nostra Aetate n.4 sarà lungo e non facile; anche se la morte di Giovanni XXIII e le nomina di Paolo VI non interrompono assolutamente i lavori. Ci sarebbe molto da dire e molto è già stato scritto e raccontato compresa la lunga difficile e sofferta partecipazione del Cardinale Bea il grande costruttore di questa dichiarazione. È il 28 ottobre 1965 "La via a una visione nuova del rapporto Chiesa-Israele è aperta"
       "Per la prima volta nella storia un concilio ecumenico affrontava in maniera esplicita il rapporto prevalso per diciannove secoli. Certamente questo documento appariva per alcuni aspetti svigorito, rispetto alle redazioni precedenti...; inoltre può esservi qualche ambiguità nel fatto di avere inserito questo testo nel contesto più ampio di una dichiarazione sulle religioni non cristiane, non rendendo giustizia al rapporto fra la Chiesa e Israele, che viene qui affermato... Questo testo appare dettato da circostanze storiche e soprattutto dalla cattiva coscienza dei cristiani di fronte all'antisemitismo del passato..."(7).
      In campo cristiano le ripercussioni della pubblicazione della dichiarazione si fanno sentire non solo in ambienti cattolici. Seguono infatti dichiarazioni del Consiglio protestante belga nel 1967; del Consiglio Ecumenico delle Chiese anche nel 1967.
       Nel 1968 La Conferenza dei vescovi latino-americani organizza  un Colloquio ebraico cristiano a Bogotà. Nel 1970 il Concilio Pastorale della Chiesa Cattolica olandese pubblica un progetto  di rapporto sulle relazioni fra ebrei e cristiani, mentre il Sinodo della chiesa riformista olandese pubblica le Proposte per una riflessione teologica su Israele Popolo, Terra, Stato.
      Intanto, sempre nel 1970 si costituisce a Roma, il Comitato Internazionale di collegamento fra cattolici ed ebrei. Di questo Comitato, che continua ad essere attivo e la cui ultima riunione è stata proprio a Roma nel marzo di questo anno, ricordo due momenti importanti. La riunione a Roma nel 1988 in cui nella presentazione del libro contenente i testi delle 12 sessioni (8) il Cardinale Willebrandt ha sottolineato 5 punti programmatici nel cammino intrapreso: 

1) l'impegno contro l' antisemitismo; 
2) riflessione sulla Shoah
3) un dialogo maturo;
4) un fondamento ed una speranza religiosa comuni, riconoscendo reciprocamente
    le proprie caratteristiche essenziali e differenze sostanziali; 
5) un comune impegno per le giustizia e la pace.

      L'altro momento: la riunione di Praga nel 1990 in cui nella dichiarazione finale l'antisemitismo e il razzismo sono presentati come un peccato contro Dio e contro l'umanità.
      Ritornando agli anni settanta bisogna ricordare nella Pasqua del 73 la Dichiarazione del Comitato episcopale francese per le relazioni con l'ebraismo che, anche se suscitò nel momento reazioni molto vivaci, soprattutto per il riferimento alla realtà attuale d' Israele e per il tentativo di interpretarla teologicamente, resta un coraggioso documento che conserva ancora oggi pieno valore di attualità.
      Nel frattempo a Roma, pur rendendosi conto che la Nostra Aetate n.4 ha avuto un suo impatto, ci si è anche accorti che molto non è stato detto e deve essere detto, e così il primo dicembre 1974 la Commissione per le relazioni religiose della chiesa cattolica con l'ebraismo pubblica gli Orientamenti e Suggerimenti per l'applicazione della Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate n.4. Vi si dice fra l'altro: "Condizione del dialogo è il rispetto dell'altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose" e si sottolinea di sforzarsi di "comprendere le difficoltà che l 'anima ebraica prova davanti al mistero del Verbo incarnato, data la nozione molto alta e molto pura che essa possiede della trascendenza divina ". Gli aspetti più positivi sono senz'altro : la condanna più netta dell'antisemitismo, il ripudio di ogni  teologia che consideri negativamente l'ebraismo e il tentativo di avviare il dialogo e la collaborazione tra cristiani ed ebrei.  Già, perché malgrado i documenti, le varie riunioni, alcuni sforzi ed incontri di persone singole il dialogo non si era creato ed in fondo, continuo a dire che ancora oggi non si è arrivati al dialogo, ma solo a relazioni più o meno comprensive tra singole persone . Ho ricordato all'inizio le difficoltà che esistono de ambo le parti.
      In seguito a questa pubblicazione e a questa nuova e seria posizione della Chiesa cattolica, la Chiesa evangelica di Germania pubblica il 24 maggio 1975 un suo Documento di lavoro: Cristiani ed Ebrei; è ancora una tappa provvisoria. Alcuni mesi dopo il 20 novembre 1975 la Conferenza episcopale degli Stati Uniti invia un Messaggio pastorale sulle relazioni ebraico-cristiane, in cui si indicano due linee di approfondimento: le origini ebraiche della chiesa ed il pensiero di Paolo in Rom. 9-11. Ed ancora nel 78 il Sinodo delle Chiese Evangeliche della Renania nel suo Sinodo dichiara e riconosce: Gli avvenimenti degli anni 33-45 sarebbero impensabili se non ci fossero stati i pregiudizi e le decisioni prese dalla cristianità nel corso dei secoli" (10).
     Negli anni seguenti vari sono gli interventi dei Cardinali più impegnati nel dialogo (Willebrandt, Etchegaray) sia in relazione alla catechesi che allo stato d'Israele di cui la Chiesa ancora non riconosce l'esistenza. Queste per esempio le parole del Cardinale Etchegaray nel Sinodo del 4 ottobre 1983: "Finché l' ebraismo rimarrà esterno alla nostra storia della salvezza saremo alla mercé di riflessi antisemitici".
     Intanto hanno inizio gli anni di questo pontefice Giovanni Paolo II e con lui si odono spesso parole indirizzate alle organizzazioni ebraiche , fino a quando nell'allocuzione per i rappresentanti della Comunità ebraica della Germania federale (Magonza 17 novembre 1980) pronuncia la frase, ripresa e ricordata oggi in molti incontri: ''Il popolo ebraico dell'Antica Alleanza che non è mai stata revocata", ammissione coraggiosa e di grande conflittualità teologica.
      Su questa linea e con la citazione di questa frase nel 1985 la Commissione per i Rapporti religiosi con l'ebraismo pubblica I Sussidi per une corretta presentazione con il titolo: Ebrei  ed Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica. Si potrebbe osservare che, se dopo 25 anni dalla Nostra Aetate n.4 si è sentita la necessità di riaffrontare il tema così dettagliatamente, molti progressi forse non erano stati fatti. Il documento porta la firma in primo piano del Cardinale Willebrandt. Vi si dichiara tra l'altro: "Gesù è ebreo e lo è per sempre " ; vi si riconosce che il permanere d'Israele è un fatto storico e segno da interpretare nel piano di Dio.
Ma vi si dice ancora: "In virtù delle sua missione divina la Chiesa è la sola nella quale si trova tutta la pienezza dei mezzi di salvezza; chiesa ed ebraismo non possono essere presentati dunque come due vie parallele di salvezza". Viene ancora reiterata l'affermazione che: "La chiesa è il nuovo popolo di Dio"; mentre per quanto riguarda lo Stato d'Israele appare solo una sottile frase.
     Nello stesso anno è in pieno sviluppo la questione del Carmelo ad Auschwitz, mentre a Roma si ricordano i 30 anni della Nostra Aetate con una grande riunione a cui prendono parte rappresentanti cattolici ed ebrei delle varie parti del mondo.
     Può essere opportuno ricordare alcune delle parole pronunciate dal Rev.do Edward Flannery in quanto indicano quella che dovrebbe essere la presa di posizione positiva in questo tentativo di avvicinamento: "Una fioritura del dialogo ebraico-cristiano si è sviluppata solo nel solco della Nostra Aetate grazie al suo invito di dialogo ed alla generosa risposta da parte delle sfere responsabili ebraiche.... Esperienza ricca di successi; ma d'altra parte non è stata nemmeno povera di fallimenti... Obiettivo finale del dialogo ebraico-cristiano è la riconciliazione". Ha ricordato poi che già prima della Shoah ben 10 milioni di ebrei sono stati uccisi in terre cristiane, ed ha concluso: "Quanto tempo ci vorrà perché i punti acquisiti dagli studiosi ebrei e cristiani discendano verso i pulpiti ed i banchi di scuola, verso la gente ebrea e cristiana? Una generazione o due? Possiamo attendere così a lungo?" (11).
     Risultava chiaro che, per quanti passi avanti fossero stati fatti in quel 1985, alla vigilia della storica visita del pontefice alla sinagoga di Roma, di passi ne mancavano ancora molti . 
Ed ecco i1 1986. Quando il Pontefice si è recato alla Sinagoga di Roma e c' è stato l'abbraccio con il rabbino di Roma Elio Toaff, qualcuno ha pensato che la pace, il superamento delle inimicizie, la riconciliazione fossero finalmente arrivate.
     Le parole del pontefice volevano essere significative specialmente per quanto si riferisce al vincolo particolare che lega la Chiesa al popolo ebraico: "La religione ebraica è in un certo qual modo intrinseca alla religione cristiana. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun'altra religione". Nell'ammettere poi indirettamente alcune responsabilità in relazione all' antisemitismo, ha sottolineato la parola da chiunque: "ripeto, da chiunque" per concludere con l'affermazione che gli ebrei non sono "reprobi e maledetti", anzi essi "rimangono carissimi a Dio: egli li ha eletti con una vocazione irrevocabile".
      Subito dopo, flussi in contrasto con la visita, o forse solo per una affermazione di pace fatta, ma anche di completa indipendenza, c'è stata le beatificazione di Edith Stein (ne riparleremo più avanti) , la visita in Vaticano del Presidente dell'Austria Waldheim e il discorso un po' ambiguo fatto dallo stesso pontefice a Miami alla comunità ebraica: un giuoco di equilibrio alla fine del quale veniva promesso un grande documento sulla Shoah, pubblicato appena nella primavera passata, cioè undici anni dopo.
       Infine però, superato l'ostacolo del Convento delle Carmelitane ad Auschwitz, a dicembre del 93 si arriva al riconoscimento dello Stato d'Israele. Se si ricorda quanto accennato all'inizio si deve riconoscere che questo riconoscimento deve aver comportato un vero sforzo, un vero superamento di idee preconcette.
       Ritornando agli anni immediatamente successivi alla famosa visita alla Sinagoga e alle difficoltà continuate nell' approccio delle due parti, ricordo alcune parole  pronunciate dal Rabbino Toaff nel 1987 in un incontro nella sede delle Conferenza Episcopale Italiana soffermandosi appunto "sugli aspetti di difficoltà e di fatica," denunciando con sincerità e confidenza il suo disagio "nel constatare la permanenza di espressioni di antisemitismo in alcune pubblicazioni librarie e periodiche di autori cattolici, nelle quali vengono riproposte vecchie e infondate accuse nei confronti del popolo, accuse d'altronde superate dalle dichiarazioni conciliari e da successivi pronunciamenti ufficiali." Ha lamentato inoltre l'indifferenza e il silenzio con cui tali pubblicazioni sono lasciate circolare in ambienti della Chiesa cattolica (12).
        Del resto riferimenti simili a questi del Rabbino Toaff si trovano in un articolo del Cardinale Willebrandt: "Nonostante l'impegno ormai più che venticinquennale diffidenze secolari incomprensioni e in taluni casi pregiudizi culturali, religiosi e perfino antireligiosi persistono e talora contribuiscono ad alimentare polemiche e divisioni che amareggiano, quasi a voler dimostrare che ebrei e cristiani non sarebbero affratellati dalla fede nell'unico Dio Padre e Creatore e dai fondamentali precetti comuni dell'amore di Dio e del prossimo (13) .
       Ed ancora in una dichiarazione del Cardinale Etchegaray in riferimento al problema teologico: "Fino a quando la teologia non avrà risposto in modo chiaro e sereno al problema del riconoscimento da parte della Chiesa della vocazione permanente del popolo ebraico, il dialogo ebraico-cristiano rimarrà superficiale ed amichevole, pieno di restrizioni mentali" (14) .
       Sempre nell' 89 per opera soprattutto della diocesi di Roma viene stabilita una giornata annuale dell'ebraismo per il 17 gennaio, vigilia della settimana ecumenica del cristianesimo .
 La prima riunione si realizza il 17 gennaio 1990 nella parrocchia Campitelli, nella zona, del vecchio Ghetto con la presenza di Mons.Riva e del Rabbino Toaff.
       In questi nostri anni '90 il cammino continua ora più attivo, ora meno attivo, secondo i momenti e un po' anche secondo i cambiamenti politici; da non dimenticare che nell' 89 avviene la caduta del muro di Berlino.
       Nel 1992 viene pubblicato il Nuovo Catechismo in cui ancora troppe cose continuano ad essere ispirate da 2000 anni di conflitto. Per esempio: si propone come centrale la lettura tipologica del testo biblico ebraico (n.130); si insiste che il fine dell'Antico Testamento è preparare la venuta del Cristo, salvatore del mondo (n.122) e si dice (n.140): "L'Antico Testamento prepara il nuovo, il nuovo compie l'antico"(15).
      Nel 1994 a cinquanta anni dalla Shoah i vescovi ungheresi chiedono perdono al cospetto di Dio per coloro che per opportunismo o viltà non hanno protestato, permettendo l'umiliazione la deportazione e l'uccisione in massa degli ebrei ungheresi.
      Sullo stesso tono è nel 1995 la Dichiarazione dei vescovi tedeschi a 50 anni dalla liberazione del campo di sterminio di Auschwitz. Cito alcune frasi: "L'atteggiamento antiebraico esistente anche negli ambienti della Chiesa ha contribuito al fatto che, durante gli anni del Terzo Reich, i cristiani non hanno opposto all'antisemitismo razzista la resistenza necessaria. Vi sono stati tra i cattolici molte defaillances e colpe. Numerosi si sono lasciati sedurre dall'ideologia del nazionalsocialismo e sono restati indifferenti davanti ai crimini perpetrati contro gli ebrei e i loro beni. Altri hanno prestato man forte ai criminali e sono divenuti essi stessi dei criminali... E poi "La Chiesa che noi confessiamo come santa e che veneriamo come un mistero è anche una Chiesa peccatrice che ha bisogno di conversione"(16). Viene fatto di osservare che una tale dichiarazione non è apparsa ancora nemmeno nell' ultimo documento: Noi ricordiamo la Shoah.
       E così, seguendo un ritmo di riunioni e conferenze si arriva alla dichiarazione del Giubileo dell'anno 2000 (tertio millenio adveniente) con alcune discussioni e malcontenti da parte ebraica circa alcune forzature all'antica tradizione ebraica dello stesso Giubileo.
       Per completare la parte informativa mi riferisco ora ai gruppi secolari che si sono sentiti coinvolti in questa revisione. Associazioni non ufficiali sono sorte spontaneamente  percependo la necessità di far conoscere le proprie opinioni e di conoscersi mutuamente tra diversi per porre fine a una incomprensione sfociata in inimicizia non solo non giustificata, ma ingiusta.
       Subito dopo la fine della guerra nel 1948 Jules Isaac fonda a Aix en Provence e Edmund Fleg a Parigi la prima Amicizia ebraico-cristiana. Alcuni anni dopo, prima ancora del Concilio Vaticano II, per opera di La Pira si forma la stessa associazione a Firenze (1960); nel 1961 in Spagna e nel 1962 in vari paesi dell'America Latina. Oggi esistono tali associazioni in 28 paesi.
      Intanto in Italia con il Concilio si forma una Associazione di Attività ecumeniche (SAE) molto attiva ancora oggi.
      In Israele nasce il centro Interfaiths. Nel 1980 iniziano nel monastero benedettino di Camaldoli i Colloqui annuali ebraico-cristiani, arrivati oggi al XIX incontro.
      Nello stesso tempo varie Università cattoliche considerano l'oprortunità di organizzare corsi sull'ebraismo invitando professori ebrei. A Roma, la Pontificia Università Laterenense chiama all' insegnamento il Rabbino Augusto Segre, la cattedra istituita nella facoltà di teologia tratta: Ebraismo postbiblico ed è tuttora molto attiva. Per quanto si riferisce al Rabbino Segre è importante ricordare che insieme a Padre Rijck è stato l'iniziatore della lettura dei Salmi a due voci: ebraica e cristiana nel centro Sidic di Roma.
      Il centro Sidic di Roma, cioè Centro di documentazione ebraico-cristiano, voluto da Padre Rijck, primo direttore dell' ufficio del Vaticano per le Relazioni ebraico-cristiane, gestito dalle Suore di Sion, è oggi all'avanguardia per quanto si riferisce proprio a tali relazioni
      Quanto alle Università cattoliche, seguono l'iniziativa della Lateranense nell'insegnamento dell'ebraismo le Università: Gregoriana, Angelicum, Urbaniana.
       Per completare l'informazione ricordo alcune iniziative delle chiese protestanti che hanno seguito il cammino di avvicinamento spesso anche più intensamente della Chiesa Cattolica. Già nel Sinodo di Waissensee nel 1950 si ha la prima dichiarazione ufficiale della Chiesa evangelica di Germania che parla di corresponsabilità nella Shoah: "dichiariamo la nostra colpa, la colpa del popolo tedesco " .
      Dal 1961, quindi ancora prima del Concilio Vaticano II per opera di un gruppo di lavoro di cristiani ed ebrei si sviluppa una forma di dialogo all'interno del Kirchetag (grande raduno degli evangelici tedeschi), caratterizzato appunto dall'incontro con interlocutori ebrei.
      Nel 1975 il Consiglio delle chiese evangeliche in Germania diffonde un importante studio sul tema cristiani ed ebrei. Nel 1980 il Sinodo evangelico della Germania approva una risoluzione Rinnovamento del rapporto tra cristiani ed Ebrei: corresponsabilità e colpa della cristianità tedesca nella Shoah - Israele popolo di Dio.
      Infine da parte ebraica: oltre la partecipazione alle varie iniziative e associazioni, è opportuno ricordare che in alcune università ebraiche sono state istituite cattedre per gli studi ebraico-cristiani, e in certi seminari rabbinici vengono insegnati il Nuovo Testamento e la letteratura cristiana antica. L'Università ebraica di Gerusalemme da anni ha un accordo di scambio di studenti e non solo con l'Istituto pontificio biblico e l'Università Gregoriana.
       Anche le pubblicazioni mensili o trimestrali sono diventate numerose, naturalmente non tutte e non sempre nella linea positiva; ma la discussione può essere utile.
                                                    
Anni 1997-1998-1999

      Nell'estate del '97 si realizza una interessante riunione a Graz (23-29 giugno) ; nell'autunno poi due importanti simposi.
      A Graz l'incontro era ecumenico cristiano con il tema:
Riconciliazione ecumenica europea;  per la prima volta erano presenti invitati ebrei tra cui la Presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Tullia Zevi e il Gran Rabbino di Francia Samuel Sirat. Viene realizzato un Forum: Riconciliazione senza teshuvah? in cui si è proposto tra l' altro che la giornata del 17 gennaio "per lo sviluppo del dialogo religioso ebraico-cristiano" si estenda a tutte le chiese cristiane di ogni nazione (17).
       I due Simposi: il primo realizzato a settembre all'università Gregoriana aveva come tema: Bene e male dopo Auschwitz ; il secondo (28 ottobre-2 novembre) sulle Radici antigiudaiche nel mondo cristiano. Ad essi nel marzo 98 se ne aggiunge un terzo Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah.
       Viene da domandarsi: cosa è successo e cosa sta succedendo nel cristianesimo e nell'ebraismo per indurci a prendere la decisione di tentare di capovolgere quello che è stato un sistema di relazioni sbagliate durante 2000 anni? Come e perché gli uni e gli altri hanno realizzato di aver commesso per secoli questo sbaglio enorme?
       La prima parola che sorge come risposta nella coscienza e nel dolore delle due parti e che viene fatto di pronunciare è una sola Shoah=Sterminio; e con essa sorge inevitabilmente il problema dell'antigiudaismo che continua malgrado tutto, non solo ad esistere, ma a fiorire; appunto il problema affrontato nel novembre scorso.
       È la coscienza di orrori perpetrati da una civiltà da 2000 anni cristiana che ha svegliato da parte cristiana ed ebraica un vasto movimento che in alcuni è diventato quasi affannoso, non solo alla ricerca di saperne di più, ma di capire e di scoprirsi all'improvviso, Anche se indirettamente, responsabili di tante sofferenze troppo spesso procurate in nome di un Dio che fino dal primo capitolo di Genesi con la sua conclusione al cap.3 è solo un Dio di misericordia che crea per amore e con amore copre le nudità di Adamo ed Eva nella loro prima scelta umana.
      Un Dio, la cui causa forse dal momento dei campi di sterminio è in pericolo, come scrive il filosofo Hans Jonas, e il suo destino è nelle mani dell'uomo: "Perché Dio non ha più nulla da dare, dopo che si è esposto interamente al divenire. Poiché ora tocca ali uomini dare, affinché Dio non abbia troppo spesso a pentirsi di aver concesso il divenire del mondo" (18).
      Parole di filosofo che ricordano quelle di Hetty Hillesum, vittima olandese della Shoah, parole che nella loro semplicità fanno sentire la difficoltà teologica del problema da affrontare "Se Dio non mi aiuta, allora sono io che devo aiutare Dio" (19).
      Ed ora, questi ultimi anni, che con un certo chiasso un po' ingiustificato sta annunciando reiteratamente il Giubileo del 2000, con le sue importanti riunioni ha portato qualche nuova parola e quelle posizioni che possano finalmente produrre un autentico dialogo amichevole. Sono 50 anni oramai che cristiani ed ebrei stanno lavorando insieme per diffondere comunicati e conoscersi vicendevolmente; circa 100 dichiarazioni contro l'antigiudaismo sono state fatte dalla chiesa cattolica e molte dalle altre chiese. Il Cardinale Etchegaray da anni non si stanca di dire ai suoi che bisogna chiedere perdono e sottolinea però che né 20 né 30 anni possono cancellare 2000 anni di incomprensione. Da parte sua il Pontefice,  cercando di mantenere un certo equilibrio con alcune tendenze vaticane  un po' troppo limitate, non si stanca di parlare con affetto e stima dell'ebraismo e degli ebrei.
       I tre incontri del 97 e 98 possono essere considerati un vero passo avanti?
       A settembre 97 il simposio Bene e Male dopo Auschwitz svolto all'Università Gregoriana alla presenza attiva di molte personalità ebree e cristiane ha avuto anche molta affluenza di pubblico. I vari interventi sono già stati pubblicati in italiano delle Edizioni Paoline. Tra essi ricordo solo per brevità e perché mi è sembrato che fosse tra i più centrati il concetto espresso a conclusione della sua esposizione da Suor Maurena Fritz quando ha detto che esiste una mancanza, un deficit alla risposta etica della Shoah, insistendo poi che essenziale condizione per un vero dialogo è che la Chiesa chieda ufficialmente perdono e dal cuore, e che si muova da un concetto cristocentrico a un concetto teocentrico dell'universo. Si tratta naturalmente di un grosso problema teologico e di abbastanza difficile soluzione per una Chiesa che si considera troppo spesso unica via di salvezza.
     Dopo questo simposio, alla fine di ottobre inizio di novembre sessanta studiosi e teologi cristiani hanno discusso per tre giorni sull'antigiudaismo, soprattutto dal punto di vista teologico. Scelta non facile perché, come ha scritto il Pastore Daniele Garrone (presente al simposio come evangelico): " Scegliere di riflettere sull'antigiudaismo implica la disponibilità ad andare fino in fondo nell'esame delle specifiche responsabilità della propria tradizione". Perché, mi riferisco ancora a Garrone, nella riflessione sull'atteggiamento antiebraico durante 2000 anni, Auschwitz non chiama in causa soltanto il "comportamento" ma anche la "dottrina": la negazione cioè degli ebrei fatta a tavolino e sul pulpito che comporta l'annientamento teologico di Israele davanti a Dio come popolo reietto, maledetto deicida. "Il nazismo ha voluto eliminare fisicamente ciò che era già stato liquidato sul piano spirituale."
     Nello stesso periodo in Francia esprimevano il loro mea culpa i vescovi francesi: Noi imploriamo il perdono di Dio e chiediamo al popolo ebraico di ascoltare queste parole di pentimento".
     Così a capo chino, davanti ai rappresentanti della comunità ebraica hanno riconosciuto che il "silenzio" o meglio l'accecamento della Chiesa di fronte alle persecuzioni antisemite fu un "errore". La pianta velenosa dell'odio nei confronti dell'ebreo - hanno spiegato - è cresciuta sul terreno dei luoghi comuni antisemiti colpevolmente intrattenuti nel popolo cristiano (20).
     E proprio sulla stessa linea si sono espressi nell'apertura del Convegno sul giudaismo il teologo George Cottier, sottolineando che l'impegno del simposio è di analizzare i pregiudizi e le opinioni pseudoteologiche che "sono serviti di pretesto per le vessazioni ingiustificabili di cui è stato vittima il popolo ebreo nel corso della storia", e che hanno soffocato "in molti la capacità di reazione evangelica quando sull'Europa si è scatenato l' antisemitismo (pagano e anticristiano) del nazionalsocialismo" .
      E aggiungo ancora le parole del Cardinale Etchegaray che in apertura dei lavori ha sottolineato: "Malgrado tutti i nostri sforzi il dialogo resterà fragile e troppo superficiale finché non ci interroghiamo in un modo più decisivo sulla natura religiosa del legame che unisce le due comunità al livello stesso della propria identità ".
      L'ultimo documento, 16 marzo 1998, finalmente pubblicato: Noi ricordiamo: riflessione sulla Shoah. Sottolineo il finalmente perché era stato annunciato ben undici anni fa. La sua lettura non ha suscitato entusiasmo né tra gli ebrei né in alcuni ambienti cristiani. Infatti ci si è limitati a dire - dopo varie discussioni da varie parti e non solo ebraiche - "riconosciamo che è un inizio di un cammino che deve ancora essere percorso"; e qualcuno ha detto addirittura che è stato una delusione.
       Considerati i 50 anni passati dalla Shoah e 30 dalla Nostra Aetate, Gerard Riegner ha giustamente notato nella riunione del Comitato internazionale di collegamento ebraico-cristiano tenuto a Roma poco dopo l'uscita del documento: "Ho osservato con un certo dispiacere che il documento evita di prendere una chiara posizione sulla diretta relazione fra l'insegnamento del disprezzo verso gli ebrei e il clima politico e culturale che ha reso possibile la Shoah". Parole che si riferiscono alla parte in cui la dichiarazione vaticana tenta di arrivare automaticamente a una netta separazione tra l' antigiudaismo cristiano e l'antisemitismo nazista. Paragrafo che ha suggerito a Paolo De Benedetti l'osservazione: "L'antisemitismo altro non è che la laicizzazione dell'insegnamento del disprezzo trasferito in mondo secolarizzato, tecnico e a-teologico" (21).
       Personalmente sottolineavo in un incontro avuto per la Rivista Confronti: "Ciò che ha un po' scosso è stato il volersi defilare per poter defilare l'antigiudaismo dall'antisemitismo" ed aggiungevo: "questo testo resterà parola vuota se non ci sarà un grande sforzo di educazione, di apprendimento e di memoria storica." Resta poi da parte la questione di Pio XII come è vista nel documento e la frase in cui vengono responsabilizzati i singoli e non la Chiesa "che non può essere accusata di peccato."
      Conclusione: questo documento dimostra ancora una volta che il cammino è terribilmente lungo e produce ancora ripensamenti.
      Il 20 ottobre '99 è stata costituita una commissione su Pio XII e la Shoah formata da studiosi della Santa Sede e da un Comitato internazionale di Leader Ebrei: in tutto sei storici tre di parte cattolica e tre di parte ebraica.
      A questo punto e a conclusione del cammino compiuto in 50 anni sorge una prima domanda: il riconoscimento del proprio errore che porta al pentimento, l'umiltà di chiedere perdono pubblicamente, porterà alla conversione?
      Conversione naturalmente dal male al bene, conversione nel senso ebraico di teshuvah, ritorno a Dio, ritorno al bene, al rispetto dell'altro, risposta nel dialogo; senza questa conversione il pentimento e la richiesta di perdono possono anche restare se non lettera morta un atto politico interessato.
        Ma questa conversione comporta per la Chiesa cambiamenti teologici, la revisione di forzate interpretazioni; e questo è ancora sotto molti aspetti preoccupazione solo di una piccola elite intellettuale-religiosa che ha bisogno della collaborazione di noi tutti se vogliamo che diventi una realtà quotidiana.
      Ricordo ancora l'ultimo avvenimento dell'anno 1998: la santificazione di Edith Stein, uccisa ad Auschwitz perché ebrea e nella sua piena coscienza di ebrea. Infatti le sue parole a sua sorella nel momento della deportazione dal Monastero in Olanda verso la morte: "Andiamo a morire per il nostro popolo", ed ancora "Se non posso condividere la sorte dei miei fratelli e sorelle, la mia vita è in un certo senso distrutta". E come ebrea è morta, martire (testimone) insieme ai fratelli e sorelle ebrei. La sua santificazione allora vuole essere un altro passo del processo di cristianizzazione della Shoah?
      Così questa santificazione voluta dal pontefice fin dal 1987 ha riportato in pieno, proprio attraverso le parole dello stesso pontefice, la questione della conversione al cattolicesimo come unica via per raggiungere la verità. Riporto le sue stesse parole. "Una giovane donna in cerca della verità... è diventata una santa ed una martire". Si santifica il suo martirio? Ma il suo martirio è stato ugualmente quello di sei milioni di ebrei tra cui un milione e mezzo di bambini e è inoltre quello di più di un milione di zingari.
      Dopo questo inizio il pontefice ha così continuato: "Scoprì che la verità aveva un nome: Gesù Cristo" e più avanti" alla fine del lungo cammino le fu dato di giungere ad una constatazione sorprendente: solo chi si lega all'amore di Cristo diventa veramente libero ".
      A volte vorremmo -  non credo che sia volere troppo - una maggiore attenzione per una suscettibilità che si è terribilmente affinata in secoli, se non millenni, di atroci persecuzioni.
      Ed osservo ciò perché purtroppo malgrado tutto questo movimento, malgrado i progressi e molta comprensione reciproca, gli stessi documenti continuano ad essere poco diffusi e quello che J. Isaac ha chiamato l'insegnamento del disprezzo continua a circolare in scuole, Parrocchie, nell'insegnamento catechistico.
      Cosa è mancato e manca allora al di là dei documenti, delle buone intenzioni di alcuni? È mancata la cosa essenziale: uno sforzo costante straordinario dalle due parti che impegni le nostre forze e capacità aldilà anche delle nostre sensibilità per educare. Educare seriamente, onestamente senza travisamenti, considerando la parola dell'uomo o di Dio - secondo la propria fede - per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse per nostri interessi politici di supremazia e qualche volta addirittura per interessi solo ed esclusivamente personali. Sforzi che in alcuni casi sono serviti molto poco se ricordiamo quanti libri scolastici circolano con frasi indegne riguardo agli ebrei per i quali troppo spesso continua ad essere usato  il verbo al passato come se non fossero esseri vivi. Nel 1960 J. Isaac scriveva:"Se si vuole venire a capo dell'antisemitisrno cristiano (due parole che accoppiate stridono) bisogna affrontare l'insegnamento perché esso è alla base di tutto, l'insegnamento di tutti i gradi e sotto tutte le forme, la predicazione compresa. Solo l'insegnamento può disfare ciò che l'insegnamento ha fatto".
       Di fronte a questo sforzo educativo che fino ad oggi si è rivelato non sufficiente ci si domanda vicendevolmente:

  • abbiamo lavorato con tutta l'attenzione e la disponibilità che una questione così seria e direi vitale merita?

  • quello che abbiamo fatto in questi anni lo abbiamo fatto per amore dell'altro o solo per noi stessi? per scaricare le nostre colpe o perché l'altro non sia più appartato e perseguitato?

  • siamo stati sempre sinceri o spesso ci siamo mossi con ambiguità ricordando un giorno in piena Chiesa la Sinagoga del diavolo e un altro giorno recitando insieme i salmi dei fratelli uniti?

  • in questo reciproco cammino di avvicinamento abbiamo avuto ed abbiamo veramente come scopo l'idea di costruire insieme, superando differenze e divergenze quel tikkun 'olam o pace universale a cui aspiriamo come esseri umani e che per i credenti è la promessa e il vero scopo dell'esistenza di questo nostro mondo?

       Molte sono le risposte negative.
       E allora di fronte ai risultati ottenuti fino ad oggi, pur riconoscendo le buone intenzioni, la buona volontà e l'impegno dalle due parti, il percorso sembra lungo.
       Noi ebrei siamo in attesa dell'apertura degli archivi del Vaticano per poter capire come sono andate molte cose; ed anche attendiamo un positivo risultato teologico con il quale si arrivi al superamento della formula secondo cui l'antisemitismo è da attribuire solo ad "alcuni figli della Chiesa ", quando sappiamo purtroppo bene che gli stereotipi e l'ideologia del disprezzo nei confronti degli ebrei risalgono a lontani pronunciamenti di padri della Chiesa, di papi, a decisioni di concili; per esempio segno distintivo e ghetti.
      Ci auguriamo a questo punto che l'autocritica che le Chiese hanno iniziato continui ad essere portata avanti con sincerità. In questo modo, come ha commentato il Padre George Cottier, presidente della Commissione del Vaticano, la Chiesa darà l'esempio: "spero che ora tutti si interroghino sulle vicende drammatiche di questo secolo, culminate nell' Olocausto".
      E a questo bisognerebbe aggiungere che il nostro comune fine, il vero scopo di questo riavvicinamento, di questa riconciliazione deve essere il ricordo del passato in vista soprattutto del futuro, perché mai più possano succedere cose tanto terribili e non solo agli ebrei e agli zingari, ma a qualunque uomo di qualunque colore, di qualunque fede e cultura; che la riconciliazione porti finalmente a quella umanizzazione che deve essere il fine di ognuno di noi: non solo il non uccidere, ma il semplice e infinito rispetto dell'altro.

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Siamo lieti di poter aggiungere questo brano della stessa autrice, che completa ulteriormente il quadro, essendo stato scritto l'anno successivo [LnR]

" Ed eccoci a questo anno 2000, veramente cruciale proprio per i percorsi di questo eventuale dialogo, con tutto il bene e tutto il male. A marzo il documento di "mea culpa" presentato con grande accuratezza, ma così limitato da essere respinto se non ci fosse stata la visita del pontefice in Israele e Palestina con le sue emozionate parole a Yad Washem e il suo spettacolare gesto al Muro occidentale.
E poi ecco la dichiarazione Dominus Iesus [*] in cui la gerarchia cattolica sembra ritornata al sec. XVI, all'epoca della Controriforma e del Concilio di Trento, in cui sembra proprio che l'ecumenismo cristiano sia sostanzialmente archiviato, questo nonostante quanto affermi Giovanni Paolo II nel suo discorso per la beatificazione di Pio IX e Giovanni XXIII (3/9/2000); e in cui noi ebrei non esistiamo se non per farci convertire. Ma di fronte a questo severo e duro giudizio è giusto ricordare che lo stesso cardinale Cassidy, presidente del Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani, nella riunione di Lisbona organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio, si è in un certo senso defilato dalle conclusioni troppo drastiche della DI; e che dopo di lui altri prelati hanno espresso i loro dubbi.
Abbiamo accennato alla beatificazione di Pio IX. Molti di noi hanno considerato un affronto fatto a Giovanni XXIII nell'abbinare lui, il papa dell'ecumenismo e del dialogo ebraico, con colui che è stato definito "papa dell'oscurantismo" e che parlava degli ebrei come "cani".
Concludo sottolineando ancora una volta che, perché si originasse in questi 50 anni un avvicinamento ebraico-cristiano c'è voluta la Shoà; e che i percorsi di questo avvicinamento sono ancora così fragili, indecisi, ambigui che richiedono tutti gli sforzi da chi, come noi, da 50 anni sta lottando perché questi percorsi sfocino in un intendimento reciproco, in una vera riconciliazione che ci porti a dialogare senza ferirci costantemente." 
Lea Sestieri


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[*]
Riteniamo utile e importante integrare con uno stralcio - riguardante proprio la Dominus Jesus - tratto dal Comunicato comune redatto a conclusione del XVII Incontro (New York, 1-3 maggio 2001) del Comitato Internazionale per il Collegamento Cattolico Ebraico
[a cura della Redazione di LnR]

""Uno dei difficili problemi trattati in questo XVII incontro del Comitato Internazionale per il Collegamento è stata la pubblicazione della Dominus Iesus. Secondo il cardinale Kasper, "la Dominus Iesus è un documento intra-cattolico, consacrato al dialogo interreligoso e destinato ai teologi cattolici, in ordine ai problemi del relativismo, del sincretismo, dell'universalismo e dell'indifferentismo. Essa non entra nel quadro del dialogo tra Ebrei e Cattolici. Bisogna in primo luogo notare che il rapporto tra la Chiesa e il popolo ebraico è unico. In secondo luogo, la Dominus Iesus non mette in discussione la salvezza degli ebrei. Come terzo punto, l'Alleanza ebraica non è stata revocata e resta efficace per gli Ebrei sul piano della salvezza. Come quarto punto, la Dominus Iesus deve essere compresa correttamente nel contesto della Nostra Aetate, delle encicliche del Papa e degli altri documenti ufficiali della Chiesa riguardanti l'ebraismo. Come quinto punto, non esiste nell'ambito della Chiesa alcuna attività missionaria orientata verso la conversione degli ebrei. La Dominus Iesus non è la fine del nostro dialogo. Essa è una sfida per il nostro dialogo.""

 


Note

l) Jesus, ottobre 1997
2) Jesus, ottobre 1997, p.73
3) S. Minerbi Il Vaticano. la Terra Santa e il sionismo Bompiani 1988, pp.149-150
4) Elia Benamozegh, Morale ebraica, Morale cristiana Carucci ed. 1977, Marietti ed.1997; 
   Israele  e l'Umanità,
Marietti ed.1990; Martin Buber, Sette discorsi sull'ebraismo, ed.Israel,1923
   Due tipi di fede, Ed. San Paolo 1995; Franz Rosenzwaig, La stel1a della redenzione, Marietti
   1985
5) Il Regno Attualità n.14/15 luglio 1987
6) L.Sestieri-G.Cereti, Le Chiese Cristiane e e l'ebraismo 1947-1982 Casa ed.Marietti 1983, p.1
7) Idem, p.73
8) International Catholic-Jewish Liaison Committee, Fifteen years of Catholic-Jewish dialogue
   1970-1985
, Libreria Ed Vaticana-Libreria Ed Lateranense 1988
9) L.Sestieri-G.Cereti, Le chiese cristiane e l'ebraismo p. 179ss. 
10) Idem, p.279ss.
11) La Salvezza viene dagli ebrei a cura di A. Cagiati, Carucci ed. 1987; p.183 .
12) È di quest'anno il libro di Vitaliano Mattioli G1i ebrei e la Chiesa (1933-45) edi to da Mursia e
      che è stato infine ritirato dalla stessa casa editrice a richiesta di istituzioni sia cattoliche che
      ebraiche.
13) Osservatore Romano 1989
14) La Salvezza viene dagli ebrei a cura di A. Cagiati, p.15
15) Rivista SIDIC n.2 1994
16) Rivista SIDIC n.1 1995
17) Qol n.68, n.69 Brunetto Salvarani, Israele a Graz
18) Hans Jonas, Tra il mille e l'eternità, Gottingen 1987
19) Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, 1985 p.169
20) Adista 11/10/1997
21) Paolo De Benedetti, Considerazioni su Noi ricordiamo: riflessioni sulla Shoah, Sefer n.82,
     ap-giu.1988


 Bibliografia

- Bea A. La Chiesa e il popolo ebraico, Morcelliana 1966
- Cagiati A. La salvezza viene dagli ebrei (Gv.4,22). Prospettive cristiane di dialogo. Carucci
   ed.1987
- Ebrei ed ebraismo nel mondo della scuola. Aspetti didattico-formativi per le discipline
   storico-sociali, a cura di A.Castelnuovo e L. Di Nola. Ass. ebraico-cristiana 1994
- Falcone L., L'ebraismo e le scuola. Libro, popolo, terra! L'identità ebraica nei testi scolastici.
  
Ed. Kinneret 1994
- Fabris R., Israele radice santa, Scritti su ebraismo e cristianesimo, Morcelliana 1995
- Lapide P. Moltmann J., Israele e Chiesa: camminare insieme? Un dialogo Queriniana 1982
- Laurentin R., L'église et les juives à Vatican II. Casterman 1967
- Martini C.Maria, Israele, radice santa Centro Ambrosiano Vita e Pensiero 1993
- Mussner F., Il popolo della promessa. Città Nuova, 1982
- Neudecker R., I veri volti del Dio unico. Cristiani ed ebrei in dialogo. Marietti 1990
- Segre A., Il popolo d'Israele e la Chiesa. Corso breve di ecumenismo Vol.III, Centro pro Unione
   1982
- Sestieri L. Cereti G., Le Chiese cristiane e l'ebraismo, 1947-1982. Marietti 1983
- Thoma C., Teologia cristiana dell'ebraismo. Marietti 1983
                                                                                                                                                     
Riviste

- Bollettino dell'Amicizia ebraico cristiana di Firenze
- Confronti
- Il Regno
- Quaderni di Camaldoli. Colloqui ebraico-cristiani
- Qol
- Sefer
- Sidic


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