Annick de Souzenelle - Jean Mouttapa
Nel cuore del corpo la parola
Servitium editrice, Palazzago - Bergamo 2001
pagg. 274, Euro 14,46

Recensione di Sandra Rocchi


È un libro intervista. L’intervistatore è Jean Mouttapa, scrittore e l’intervistata, Annick, dedica la sua “terza età” ad insegnare ciò che sta lei stessa rielaborando come proposta di un’antropologia che rimetta l’uomo nella dinamica del suo compimento divino.

Annick, attratta dagli studi matematici, per la loro straordinaria coerenza, se ne è poi allontanata perché, a un livello superiore di questi studi, ha colto il pericolo di un mondo astratto ed arido. Attraverso successive esperienze - decisamente di segno opposto - infermiera, psicoterapeuta…ha sentito rinascere in lei, attraverso incontri significativi, l’esigenza di capire e di percorrere quella via della “soterìa” che i Greci indicano giustamente con un solo termine perché sta ad indicare, ad un tempo, via della salvezza e della salute.

La Bibbia, mal conosciuta e mal compresa, diviene per lei una fonte inesauribile di ispirazione, una sorgente che alimenta la vita: una ricerca che non si scontrerà mai con la povertà di un ragionamento dogmatico o con un sistema chiuso.

In seguito all’incontro con padre Kovalevsky, russo, esule in Francia, diventa cristiana ortodossa. Nell’ortodossia il fedele si alimenta con la tradizione dei padri della chiesa, di quei grandi maestri fondatori sia per l’occidente che per l’oriente, senza l’imposizione di un’autorità centralizzata, detentrice del possesso esclusivo della verità. La spiritualità ortodossa ritorna alla valorizzazione di tutte quelle antiche tradizioni, quelle liturgie vecchissime che l’impero carolingio aveva oscurate per imporre la tradizione liturgica di Roma e uniformare il mondo cristiano occidentale ( e naturalmente, dominarlo meglio! ) e che erano state viceversa praticate in Francia per tutto il primo millennio.

E’ in questo periodo che Annick, scoprendo tutto il valore della liturgia che è “agire comune” - molto diversa dalla preghiera personale - sente con nostalgia come l’occidente abbia perduto i miti, i simboli: il contatto con il sacro, con la vita, con il cosmo. Sente il fascino del canto liturgico e come attraverso un coro dell’antica tradizione musicale cristiana ( non quelle musiche di oggi, tese solo ad esaltare i buoni sentimenti ), sia possibile avvertire nel proprio corpo quella vibrazione capace di farci presentire la chiamata a parlare la lingua divina. E’ nel cuore del corpo che si manifesta la parola.

Molta importanza nella formazione di Annick ha avuto, ed ha, la conoscenza dell’ebraico che ha deciso di studiare, ritenendolo essenziale per una comprensione più piena del giudaismo, del cristianesimo, e quindi della storia sacra.

La sua grande intuizione è il significato profondo che racchiude la mistica in ordine al senso della vita e della trascendenza stessa. Quella trascendenza che abita in noi e che, paradossalmente, ci è immanente! Non esistono due poli: il corpo, ricettacolo dello Spirito e lo Spirito che dall’alto scende in questo. L’immagine divina è l’essenza prima, fondamento di ogni essere che costruisce le sue strutture più sottili, fino a quelle del corpo ( “ogni cellula del corpo è significante dello Spirito che la fa vivere”): l’”uomo sapiens” è di sua natura “uomo religiosus”!

Non è il corpo che si “ha” che è importante, ma il corpo che si “è”: il corpo che, partendo dalla materia prima, noi costruiamo, fino a farlo assurgere alla sua dimensione spirituale.“ Io sono”, fonda la persona di ciascuno: è l’immagine divina che possediamo dall’inizio e che abbiamo il compito di portare ad una sua piena realizzazione. Nella Genesi si parla della trascendenza che viene meno, che diventa estranea all’uomo e gli impedisce così di cogliere la sua vera natura: la trascendenza diventa oggetto dell’intelletto e come tale svuota la parola stessa.

Riprendendo e ricollocando nel suo significato originario di universalità il termine “simbolo” che, etimologicamente significa “ciò che unisce”, che collega il visibile all’invisibile e quello del “mito”, che vede come un puzzle di simboli che ci introducono nel più profondo di noi stessi attraverso una storia che si colloca al di fuori dello spazio e del tempo, ritorna in ambiente giudaico, nella tradizione biblica, servendosi dei dati della Qabbalah ebraica, per spiegare il coinvolgimento del corpo nell’itinerario mistico.

Suggestiva, anche se un po’ difficile da capire in tutta la sua complessità, è l’analogia che compie tra l’albero della sefirot ( l’albero della vita ) con le strutture anatomiche e fisiologiche dell’uomo che la portano ad affermare che noi siamo programmati per realizzare l’unità ( tra luce e tenebre; tra bene e male ), simboleggiate dal frutto dell’albero della conoscenza.

Quello che in estrema sintesi, con questo suo complesso itinerario, interessante per la molteplicità degli addentellati su cui poggia e trova significati, Annick vuole dirci che il corpo parla e che noi dobbiamo ascoltare il suo linguaggio.

Al centro del messaggio di questa studiosa, di cui ho esposto i presupposti, troviamo poi una estesa elaborazione dei problemi della sofferenza, della malattia, della morte, degli squilibri nella distribuzione dei beni ed afferma, a questo proposito, che se fossimo davvero coscienti, rimarremmo senza fiato di fronte a tanta sofferenza, violenza, atteggiamenti criminosi e di sopruso…perché “non esiste un altrove”, ma tutta l’umanità è a casa nostra e, di ogni ingiustizia o crimine, noi siamo complici.

Continua il suo scritto chiedendosi perché leggere la Bibbia. La risposta la trova nella necessità di non poter occultare le nostre radici: molti cercano altrove perché non hanno coscienza di ciò che contiene “il qui”. Nella ricerca delle radici, Annick, pur non sottovalutando l’importanza dell’analisi e della ricerca storica delle stesse, richiama a non perdere di vista il “senso” della storia biblica che non sempre è la sua totale corrispondenza alla realtà.

Si avvale così, per affermare il senso del messaggio biblico, della tradizione giudeo-cristiana e ricorda i quattro stadi attraverso cui gli ebrei si avvicinano alla comprensione della Torah. Il primo definito dalla parola pshat, cioè semplice, indica una lettura del testo banalizzata da uno sguardo cosificante: il testo è una “cosa” esterna a colui che vi si avvicina. In un secondo stadio - zemer - si iniziano a intuire delle luci che “lampeggiano” e che ci immettono nella dimensione simbolica, viva e vibrante. La “ricerca” che è il terzo livello di interpretazione della Torah, significa scrutare, esaminare, esigere che si viva ciò che essa annuncia. Il significato dell’annuncio infatti ci diventa chiaro solo nella misura in cui ci impegniamo nel cammino di una metamorfosi interiore. Sod, è il “segreto”, il quarto livello di lettura: per percepire l’essenza del segreto, bisogna essere entrati nella propria identità profonda, perché questo segreto è il sacro per eccellenza.

Questi quattro livelli di lettura ci dicono che la profondità della tradizione si rivela solo in funzione della qualità del conoscente, delle sue morti e resurrezioni, della sua capacità di amare e della sua capacità di mantenere in equilibrio le due dimensioni della lettura storica e di quella simbolica.

È sul piano esistenziale che Annick si confronta, ed è a questo che continua a richiamarci, anche nell’ultima parte del suo scritto, dedicata alla lettura simbolica dei racconti di Israele e degli uomini e delle donne che hanno popolato la Bibbia. L’originalità della Scrittura, dice la studiosa, non è “l’invenzione” del monoteismo, ma piuttosto la sua affermazione: tutti i popoli hanno una conoscenza segreta di Dio unico, solo che pochi vi accedono.

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