"Arbib: volontariato, impariamo dai cattolici"
Roberto Delera , Corriere della Sera 11 ottobre 2005

Una recente interessante intervista del nuovo Rabbino Capo di Milano

«Il volontariato è la sfida del futuro: non credo che tutti i problemi possano essere risolti dalle istituzioni». Si presenta così Alfonso Arbib, nuovo rabbino capo di Milano, insediatosi da pochi giorni: «Dobbiamo imparare dai cattolici, loro hanno una grande esperienza in questo campo e sono molto bravi». Insegnante, nato a Tripoli, in Libia, 47 anni fa, il successore di Giuseppe Laras spiega: «Il lavoro dei volontari diventa sempre più importante, e questo deve essere incrementato e sviluppato. Soprattutto per rivolgersi agli elementi più deboli della nostra comunità. Che ci sono anche se non appaiono: questo è un aspetto particolare della comunità di Milano dove la povertà o le persone in difficoltà appaiono di meno. Ma allo stesso modo e con lo stesso spirito dobbiamo muoverci verso l’esterno. E allora possiamo collaborare con le altre componenti della società, possiamo lavorare insieme. Per dare il nostro contributo, che non potrà essere enorme perché siamo una piccola comunità, ma possiamo anche noi aiutare la parte più debole della città».

Anche questo rientra nel dialogo interreligioso?
«Perché no?… Lavorare insieme è importante per conoscersi. Noi diamo ormai per scontato il dialogo interreligioso. Ma va tenuto presente che è un processo recentissimo, che va sviluppato».

Quindi, a quarant’anni dalla Nostra Aetate (la Dichiarazione Conciliare che ha auspicato una nuova era nei rapporti interreligiosi), avanti nel solco aperto da Laras e Martini…
«Sì. Noi lo continueremo. Il cardinale Tettamanzi mi ha scritto una lettera molto bella per il mio insediamento. Parlarsi è importante per conoscersi e per affrontare il problema dell’antisemitismo».

Un fenomeno duro a morire, che ha spesso manifestazioni violente. Ma come crede di riuscire a parlare con chi la odia?
«L’antisemitismo è una questione complicata. Contiene alcuni elementi irrazionali che non si risolvono in alcun modo. È molto difficile dare una risposta razionale a chi non lo è: contro l’odio irrazionale c’è poco da fare. Però nel pregiudizio antiebraico ci sono anche elementi razionali e questi con il dialogo, la conoscenza e il rapporto personale si possono superare. Il dialogo serve a questo. Ma serve anche il rispetto delle identità: delle diverse identità religiose. E su questo c’è il consenso sia da parte ebraica che da parte cristiana. Il dialogo non deve annullare le identità, anzi deve avere come obiettivo lo sviluppo delle diversità religiose: questo può arricchire. Mentre l’omologazione impoverisce».

Che cosa bisogna spiegare a chi non sa nulla dell’ebraismo? Per esempio nelle scuole milanesi che cosa bisogna dire ai giovani?
«Ci dobbiamo concentrare su chi sono gli ebrei più che sul problema dell’antisemitismo in sé. Bisogna far capire che quando parliamo di ebrei non stiamo parlando di marziani e che la diversità è fonte di ricchezza per la città. Così come bisogna far capire i punti di contatto e il ruolo che ha avuto l’ebraismo nella costruzione dell'identità europea. La diversità non è un male ma approfondimento della propria identità: è nel confronto con gli altri che rafforziamo noi stessi. Questa è la sfida. Da una parte esaltare i punti in comune, dall’altra non nascondere le diversità».

Lei ha parlato di ebrei e cristiani. Ma i musulmani?
«Il dialogo c’è già. È complicato perché non esiste un organismo che rappresenti la totalità della comunità islamica. Parlare di dialogo generalizzato oggi è difficile. Per quanto ci riguarda abbiamo un buon rapporto con il Coreis di Pallavicini. In realtà il dialogo religioso non è particolarmente complicato: l’Islam è una religione monoteista. Dal punto di vista religioso ci sono molti elementi comuni. Purtroppo il confronto è reso complicato dagli elementi politici, la questione mediorientale e il problema dell’antisemitismo nei Paesi arabi».

Da tempo la battaglia della Chiesa cattolica è contro la secolarizzazione. È un’emergenza anche dal punto di vista ebraico?
«Per noi è un po’ più complicato. L’ebraismo è un popolo, è una religione, è un modo di vivere: è tante cose insieme. Il messaggio che dobbiamo far passare è che tutto questo fa parte della identità ebraica. Prendere solo una parte del "pacchetto" è un impoverimento dell’ebraismo. Dire faccio parte del popolo ebraico senza far parte della religione ebraica è togliere un elemento fondamentale all'identità ebraica. È il messaggio ebraico per eccellenza: fa tutto parte di un unicum che va preso nel suo insieme. È quello che dobbiamo spiegare agli ebrei milanesi che si sono allontanati dalla comunità. Noi dobbiamo andarli a cercare, ma dobbiamo anche stare attenti a non avere un atteggiamento paternalistico. Non possiamo dire loro: vengo a salvarti. L’atteggiamento giusto è quello dell’esempio e della conoscenza reciproca».

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