Aimé Pallière e l'ebraismo
Prof. Marco Morselli

Una toccante avventura umana: Aimé Pallière conosce e impara ad amare l'ebraismo

In un pomeriggio dell’autunno 1885, un ragazzo di 17 anni che stava godendosi gli ultimi giorni di vacanza in attesa della ripresa delle lezioni passa davanti alla Sinagoga di Lione e, avendo sentito dire che per gli ebrei era un giorno di gran festa, decide di entrarvi.

La Sinagoga era piena di gente: come avrebbe saputo in seguito, stava per iniziare la preghiera di Neylah, con la quale si conclude lo Yom Kippur. Lo spettacolo offerto da quella numerosa folla di uomini dalle spalle coperte con il talled suscitò nel giovane Aimé un’impressione così forte che tutta la sua vita ne sarebbe stata trasformata.

Quegli ebrei che fino a quel momento aveva incontrato solo racchiusi nel lontano passato della Bibbia e delle illustrazioni di Gustave Doré erano lì, in piedi davanti a lui, chini sui loro libri di preghiere: «Si immagini un giovane cristiano educato nel concetto che l’Antico Testamento non avrebbe altro compito che di preparare la via al Nuovo, il quale gli è definitivamente succeduto, e che, dopo l’avvento del cristianesimo, il compito d’Israele sarebbe finito. L’ebreo non esisterebbe più che come testimone cieco e impotente della verità profetica realizzata contro di lui. […] Ora, ecco che ad un tratto Israele mi appariva vivente di vita propria, nella quale nulla rivelava l’annunciato decadimento. Questo ebraismo della Diaspora mi si mostrava come una collettività forte e organizzata, che dopo millenovecento anni, a dispetto delle volontà concorrenti ad annientarlo, ha continuato ad esistere».

Poggiato su un banco c’era un Siddur. Il ragazzo lo prende in mano, lo apre e rimane sorpreso e incuriosito dai caratteri sconosciuti, simili a strane note musicali.

Il giorno dopo Aimé decide di procurarsi una grammatica ebraica e inizia a studiare la lingua. Il suo acquisto successivo è l’Historia de’ riti hebraici di Leone Modena, trovato a due franchi su una bancarella lungo le rive del Rodano.

Dopo un anno di studio, ritorna in Sinagoga per il successivo Kippur, questa volta con una maggior conoscenza dei riti che vi si sarebbero svolti. Il contatto diretto con il testo ebraico delle Scritture, la meditazione sulle origini ebraiche del cristianesimo non facevano che accrescere l’attrazione che l’ebraismo esercitava su di lui.

Dopo un periodo trascorso nell’Esercito della Salvezza e un ritiro in una Certosa, ritiene di essere pronto a riprendere la partecipazione alla liturgia cattolica. Ma proprio durante una comunione lungamente preparata ha luogo la crisi decisiva. Si rende conto che nonostante i suoi sforzi e i tentativi di intensificare il suo fervore egli non crede più ai principali dogmi cattolici: «Invano mi attaccavo a quelle ultime credenze come un naufrago ai rottami della sua imbarcazione; invano, spaventato dal vuoto sconosciuto in mezzo al quale mi accingevo ad errare, ricacciavo me stesso per l’ultima volta verso la mia infanzia, verso la mia famiglia, il mio paese, verso tutto quello che mi era caro e sacro». Eppure, proprio in questo momento di angoscia si fa strada in lui una consolante certezza: «Periscano tutti i dogmi e tutti i miti! Dio ti resta e con Lui tu hai tutto. Tu sei la sua creatura e il suo figliolo, e nulla al mondo ti potrà mai strappare dalle sue mani!».

Aimé sa che il sentimento della paternità di Dio, con le luci e le forze spirituali che Egli comunica all’anima umana è presente in ogni pagina del Vangelo, e non vi è in questo soluzione di continuità con la Bibbia ebraica: «Io compresi che la fede di Gesù dovette essere simile alla mia, anche se incomparabilmente più profonda e luminosa».

Deciso a tradurre in forme precise la sua vita religiosa, Pallière pensa di prendere contatto con un rabbino, e gli viene consigliato di rivolgersi a Rav Elia Benamozegh, rabbino-predicatore della Comunità di Livorno.

Nel 1895 si reca dunque a Livorno per la festa di Rosh haShanah, ma Benamozegh è malato e non può riceverlo. Ha però inizio tra loro una corrispondenza nel corso della quale il rabbino livornese gli propone di diventare un noachide: «Per essere nostro fratello, come voi desiderate, non avete affatto bisogno di abbracciare l’ebraismo nella maniera che credete, intendo dire sottomettendovi al giogo della nostra Legge. Noi ebrei siamo depositari della religione destinata all’intero genere umano, la sola religione cui i gentili siano assoggettati, e per cui essi sono salvi e veramente nella grazia di Dio. La religione dell’umanità non è altro che il noachismo».

Del noachismo Pallière sentiva parlare per la prima volta, e la proposta fu ben lungi dal sembrargli chiara e convincente. Anche il successivo incontro a Livorno nel 1898 (l’unico avvenuto tra i due) non dissipò le sue perplessità. Curiosamente, la loro corrispondenza ebbe termine poco dopo l’incontro. Nel 1900 Benamozegh lascia questo mondo.

Nell’estate del 1901 Pallière si reca in pellegrinaggio sulla sua tomba e «è a partire da quel momento che ho cominciato a comprendere Elia Benamozegh e la dottrina che egli mi aveva esposto. E’ a cominciare da quell’ora che io mi sono veramente sentito suo discepolo»

Pallière inizia allora un’intensa collaborazione alla rivista «Univers Israélite». Con lo pseudonimo Loetmol (in ebraico: non ieri, una sorta di traduzione del suo nome per assonanza con pas hier) pubblica una serie di articoli intitolati Elia Benamozegh e la soluzione della crisi cristiana, apparsi proprio negli anni della crisi modernista. Insieme a Padre Hyacinthe Loyson organizza incontri con salutisti, battisti, metodisti, avventisti, alla ricerca di un ecumenismo delle radici, finché la Pascendi di Pio X non pone fine nel 1907 a queste attività.

Nel frattempo Pallière lavora all’edizione – e riscrittura – del manoscritto inedito di Benamozegh: Israël et l’humanité verrà pubblicato a Parigi nel 1914. Gli anni trascorsi nella revisione del manoscritto sono anche quelli in cui viene chiarendosi quale sarà la sua vocazione religiosa: non si convertirà all’ebraismo e in fondo non sarà neppure l’iniziatore del moderno noachismo. Avrebbe invece svolto una funzione inversa rispetto a quella di Paolo: Paolo, ebreo, era divenuto apostolo dei gentili; lui, gentile, avrebbe predicato agli ebrei la fedeltà alla Torah e alla Terra d’Israele, considerando il sionismo come compimento delle profezie.

Nel 1933 compie un pellegrinaggio a Lourdes e nel 1942 ritorna alla pratica dei sacramenti cattolici. Vive gli anni della Shoah nascosto e cercando di aiutare come può i suoi amici perseguitati. Gioisce della nascita dello Stato d’Israele e partecipa a una veglia di preghiera organizzata in una Sinagoga di Nizza.

Il 24 dicembre1949, all’uscita di Shabbat, chiude i suoi giorni, nei pressi dell’Abbazia di Saint Michel de Frigolet. I monaci lo consideravano «un chrétien qui vit à la juive». Nel suo Testamento aveva scritto: «Muoio cattolico, senza alcun pregiudizio per la fede ebraica che è la mia». Un Kaddish viene recitato per lui nella Sinagoga di rue Copernic a Parigi.

Coloro che lo avevano considerato ormai un noachide si sentiranno traditi. Vero è che Pallière è stato estremamente riservato con i suoi amici ebrei sul suo ritorno al cattolicesimo negli ultimi anni.

Nell’epistolario, Benamozegh scrive a Pallière che il noachismo è la religione dell’umanità convertita al culto del vero D., di cui i Profeti hanno annunciato il trionfo nei tempi messianici. Si può continuare a chiamarlo cristianesimo, egli prosegue, purché venga liberato della dottrina della Trinità e dell’Incarnazione.

Alle orecchie dell’interlocutore cristiano questo può sembrare un giocare con le parole: cosa rimane mai del cristianesimo una volta che esso sia stato privato dei suoi dogmi costitutivi?

Ora, in effetti su questo punto centrale Benamozegh nell’epistolario è troppo sbrigativo, ma occorre ricordare che a queste tematiche aveva dedicato un’opera di centinaia di pagine, che potrà però essere pubblicata solo un secolo dopo la sua morte. In quest’opera è possibile trovare una spiegazione cabbalistica sia della Trinità che dell’Incarnazione, dottrine che pertanto non dovrebbero essere “eliminate”, ma reinterpretate e ricondotte alla verità della loro origine.

Poco prima, Benamozegh aveva fatto risalire a Shimon/Pietro l’errore di voler imporre l’osservanza delle 613 mitzwot ai goyim e a Shaul/Paolo l’errore di volerne esentare gli stessi ebrei. È significativo che l’oscillazione tra i due opposti errori sia attribuita ai discepoli, e non al loro maestro. Anche qui dunque, nell’altro punto centrale «in cui si è operata la lacerazione tra l’ebraismo e il cristianesimo», non è difficile scorgere la verità originaria.

Raniero Fontana ha osservato che il movimento noachide contemporaneo sta cercando un proprio spazio tra le religioni, e comunque fuori del cristianesimo, considerato per lo più una idolatria da abbandonare. Pallière «lo cercò invece all’interno della sua stessa religione. Ma egli poté riuscirvi facendone però implodere per così dire dal di dentro i contenuti. Come? Optando per la trasparenza e non per la profondità». Fontana propone quindi la trasparenza come chiave ermeneutica per comprendere l’esperienza spirituale di Pallière. Credenze e riti «erano ormai osservati attraverso il velo della trasparenza, in modo che, al di là di tutte le varietà di credenze e la molteplicità delle forme di culto e di adorazione, apparisse un fondo di verità conforme alla più pura Tradizione d’Israele» (p. 180).

Conclude affermando che il pensiero del discepolo (Pallière) è sotto il segno della trasparenza, mentre il pensiero del maestro (Benamozegh) è sotto il segno della profondità. E su questo siamo d’accordo, salvo aggiungere che è proprio la profondità di Benamozegh a permettere la trasparenza di Pallière.

La “conversione” di Pallière non è consistita nell’abbandono di una religione per abbracciarne un’altra, ma in un radicale cambiamento del suo essere cristiano nei confronti di Israele.

Anche se nel suo percorso non mancano incertezze, ambiguità e zone d’ombra, egli è stato fedele per tutta la sua vita alla rivelazione del 1885.

È stato detto sia di Benamozegh che di Pallière che erano in anticipo di un secolo o due sui loro tempi. Pallière non ha potuto compiere da solo la grande trasformazione, ma è stato tra coloro che la ha anticipata con più fervore e intensità.

Come ha osservato Rabi (alias Wladimir Rabinovitch): «Da certi segni, credo presentire le grandi possibilità del proselitismo ebraico. La venuta di Pallière tra noi corrisponde al rovesciamento del corso dell’evoluzione».

Forse siamo noi a iniziare a capire che tale rovesciamento non corrisponde al fallimento del cristianesimo, ma al suo tiqqun, al suo ritorno alle origini.

Marco Morselli

________________________

Nota bibliografica

Le Sanctuaire inconnu venne pubblicato a Parigi nel 1926 e, con delle modifiche, nel 1950. È stato tradotto in tedesco (Berlin 1927), in inglese (New York 1928 e 1985), in ebraico (Jerusalem 1945) e in italiano (Roma 1953).

Oltre al già citato volume di R. Fontana, a Pallière è dedicato il recente libro di C. Poujol, Aimé Pallière (1868-1949). Un chrétien dans le judaïsme, Desclée De Brouwer, Paris 2003. Il libro, rielaborazione di una tesi di dottorato in Storia moderna, è ricco di informazioni, ma è limitato da un’insufficiente conoscenza e da una sorprendente incomprensione del pensiero di Rav Elia Benamozegh.