Shoah & Silenzi       
 


Due nuovi studi documentano che gli Alleati e la Croce Rossa erano a conoscenza dei piani di sterminio decisi da Hitler. Chi poteva salvare gli ebrei? L'organizzazione umanitaria scelse di non fare denunce pubbliche ma si spese concretamente


Chi poteva salvare gli ebrei? 

La razzia nel ghetto di Roma e i dubbi dei tedeschi


"I gojim sono stupidi" disse il rabbi
"Adesso saccheggiano le nostre case e scavano
nei nostri giardini e non sanno che il meglio
ce lo siamo già portato via".
"E cos'é il meglio?" chiese il vento.
"È la nostra storia" rispose il rabbi. 

[nota di LnR]

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Sono molteplici le accuse rivolte al ruolo della Chiesa di fronte alla persecuzione e allo sterminio degli ebrei d'Europa. In due libri usciti in questi giorni emergono, però, i silenzi, le reticenze e l'inazione di altri due soggetti di fronte, in particolare, al destino della comunità israelitica romana. Per ragioni e con possibilità diverse anche gli Alleati e la Croce rossa non ritennero opportuno intervenire. La seconda, che si spese concretamente per salvare cittadini ebrei, scelse anche lei, come il Vaticano, di non fare denunce pubbliche, pensando che ciò sarebbe stato controproducente. I primi non mossero le proprie forze armate in difesa dei deportati.

Addirittura, come sostiene Robert Katz in Roma città aperta. Settembre 1943 - Giugno 1944 (Il Saggiatore, pagine 478, euro 20) Washington e Londra, oltre a essere a conoscenza del rastrellamento del ghetto prima che esso avvenisse, il 16 ottobre 1943, «erano informate sul numero di arresti, sul luogo di detenzione dei prigionieri, sulla data e l'ora della loro partenza, sul numero di ogni convoglio e relativo itinerario, come pure sul numero inadeguato della scorta». 

Dunque, si poteva intervenire. Certo, le informazioni approdarono sulla scrivania di Roosevelt solo a gennaio. Ma esse, come documenta Katz - il quale peraltro nella sua ampia ricostruzione di quei mesi sottolinea, come già aveva fatto in passato, i cosiddetti silenzi di Pio XII - erano ampiamente disponibili dal momento in cui un funzionario del ministero Affari esteri del Reich, Fritz Kolbe - reclutato dall'Oss, il servizio segreto Usa - aveva trasmesso attraverso i cosiddetti "cablogrammi Kappa" copia di un telegramma inviato a Berlino dal console romano Möllhausen. Questi, contrario alle indicazioni venute dall'alto sulla liquidazione degli ebrei, aveva contravvenuto alla riservatezza sull'argomento parlando esplicitamente di «liquidazione» degli ottomila ebrei romani. A questi cablogrammi Kappa, da poco resi noti, Katz attribuisce molta importanza anche perché in uno di essi si trova l'indicazione che l'eliminazione avrebbe dovuto essere condotta «secondo le indicazioni del Führer» (un colpo alle tesi negazioniste, che battono sulla mancanza di un ordine attribuibile a Hitler per l'attuazione della cosiddetta "soluzione finale"). 

Dalla ricostruzione dei giorni della "Città aperta" emerge inoltre come molti nazisti - con il citato Möllhausen, il generale Stahel - fossero assai poco intransigenti sulla questione ebraica. Lo stesso Kappler era più preoccupato di altre questioni: ridurre all'impotenza i carabinieri italiani e garantirsi tranquillità, evitando ribellioni dell'ostile popolazione romana.

Un aspetto dell'attività del boia delle Ardeatine che emerge anche dal libro di Stefano Picciaredda Diplomazia umanitaria. La Croce rossa nella Seconda guerra mondiale (Il mulino, pagine 310, euro 22). Tra i molti documenti presentati - e che sottolineano le difficoltà dell'organizzazione elvetica a d agire secondo i propri principi di imparzialità in una guerra totale, che coinvolgeva come mai prima i civili - ce n'è uno che riguarda un incontro tra Kappler e il conte De Salis, l'uomo del Comitato internazionale della Croce rossa nella Roma occupata. Avvenne pochi giorni dopo la cruenta rappresaglia seguita all'attentato di via Rasella. La convocazione del conte in via Tasso è un goffo tentativo di spiegare che tutto era avvenuto secondo il Codice dell'Aia. È in qualche modo un tentativo di influire sugli umori dei romani. Il delegato riceve e trasmette a Ginevra le sue impressioni. Secondo Picciaredda «il colloquio tra De Salis e Kappler sembra contraddire la convinzione radicata a villa Moynier (sede centrale della Croce rossa, ndr), e certo giustificata in molte fasi del conflitto, di non poter ottenere praticamente nulla dalle autorità del Reich, al di fuori del quadro convenzionale e per ragioni di reciprocità».

Il fatto che il conte non protesti con Kappler, però, avverte Picciaredda, non va interpretato come passività. Numerose furono infatti le iniziative a favore degli ebrei della capitale. Come fu per profughi e prigionieri di guerra in tutta l'Europa martoriata. Il ruolo della Croce rossa è stato molto criticato nel Dopoguerra - dato che molti suoi uomini videro con i propri occhi, sia pure con il filtro dei carnefici, l'universo dei lager - tanto che l'organismo internazionale ha messo a disposizione di studiosi indipendenti il materiale documentario correlato alla questione ebraica (donato al Museo dell'Olocausto di Washington). 

Le informazioni in possesso di Ginevra, però, non mutarono la strategia del Buon Samaritano delineata dal presidente Max Huber: chinarsi sulle ferite, non protestare e non giudicare. Difficile entrare col senno di poi nel gioco dei torti e delle ragioni dei contemporanei ai fatti. Ma è «possibile mantenere un atteggiamento di equidistanza e difendere i diritti di tutti in un conflitto totale? Il dovere di preservarsi super partes non si traduce in un distacco emotivo e politico nei confronti dei crimini e della violazioni dei diritti umani di ogni genere? Non comporta il rischio di porsi fuori da una lotta di civiltà in cui è decisivo scegliere una parte?», sono gli interrogativi di Picciaredda.

Il mutamento della "qualità" della guerra continua ancora oggi e vede ancora all'opera la Croce rossa sui fronti più caldi. La sua storia, scrive Andrea Riccardi nella prefazione al volume, «rappresenta una pagina umanitaria e "umana"» in un secolo per tanti aspetti «inumano».


La razzia nel ghetto di Roma e i dubbi dei tedeschi     torna su

«Obersturmbannführer Kappler ha ricevuto ordini da Berlino di prendere gli ottomila ebrei residenti a Roma e trasportarli nell'Italia del Nord, dove saranno liquidati. Il comandante di Roma, generale Stahel mi informa che consentirà a questa azione soltanto con approvazione del signor ministro del Reich per gli Affari esteri. A mio parere sarebbe meglio impiegare gli ebrei per lavori di fortificazione, come è stato fatto a Tunisi, e, insieme a Kappler, proporrò questo al feldmaresciallo Kesselring. Attendo ordini. Möllhausen». 

Con questo telegramma, intercettato e decrittato grazie a Ultra, il console Möllhausen esprimeva un imbarazzo che serpeggiava tra alcuni circoli dei tedeschi occupanti. Una sorta di «cospirazione» (così la definisce Katz in Roma città aperta) di cui erano parte il diplomatico Albrecht von Kessel e il generale Rainer Stahel. Quest'ultimo aveva definito una Schweinerei, una porcheria, l'ordine di liquidazione del ghetto. 

Möllhausen aveva anche ragioni private: aveva , infatti, una relazione con un'italiana che ospitava in casa una famiglia ebraica. Egli non solo non li denunciò, ma li aiutò. Obiettivi di questo gruppo, di cui faceva parte anche l'ambasciatore in Vaticano Ernst von Weizsäcker, erano, scrive Katz, riferendo le parole di Kessel: «Risparmiare alla nazione tedesca "una perdita di dignità, proteggere il papa da una situazione che avrebbe potuto interrompere la sua politica neutrale del silenzio e del dissenso e infine salvare gli ebrei». L'esuberanza di Möllhausen creò non pochi imbarazzi al ministero degli Esteri, retto da von Ribbentrop. 

L'insospettabile funzionario berlinese Fritz Kolbe (in codice George Wood), reclutato in Svizzera da Alan Dulles, futuro capo della Cia, «attribuì particolare importanza a due aspetti dell'affaire "telegrammi Möllhausen": l'imminente rastrellamento e la liquidazione degli ebrei di Roma e il fatto che questo sarebbe avvenuto "in base alle istruzioni del Führer"», sottolinea Katz.

In particolare il cablogramma numero 19 del 6 ottobre 1943 contrassegnato dalla dicitura: «Personale. Per il Führer e il ministro del Reich». Ne furono fatte otto copie di cui due consegnate brevi manu alla Casa Bianca.

Gianni Santamaria

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[Fonte: Avvenire, settembre 2003]

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