I poli dell'Arte di Amos Luzzatto       
 


Qualunque attività creativa (artistica - figurativa, musicale, letteraria) si muove fra due estremi, fra due autentici poli. Il primo esprime l'universalismo, il secondo il particolarismo. Essi sono fra loro strettamente connessi, come le due facce della stessa medaglia. Nessuno riesce a prescindere dalle proprie esperienze di vita, dall'ambiente che lo ha fatto crescere e maturare, dalle sfumature delle lingue nella quale ha cominciato a comunicare le proprie emozioni e il proprio pensiero. E d'altra parte, il desiderio di comunicare a tutti e per lunghi tempi è a tal punto naturale che solo una giusta dose di universalismo fa di un artista un grande artista.

Supponiamo che, per quanto riguarda gli ebrei, il problema è particolarmente sentito anche se non sempre portato a livello di una chiara consapevolezza. E questo, per due motivi. Il primo è di carattere generale: c'è differenza fra una produzione di artisti ebrei e una arte "ebraica"? Questa domanda sembra echeggiare a tal punto quella relativa alla differenza fra lo "Stato ebraico" e lo "Stato degli ebrei" da poter suggerire che essa derivi da una vera e propria ossessione ebraica (o degli ebrei?). Eppure è una domanda giustificata per un popolo disperso, fortemente sottoposto, più che a influenze culturali, a una vera e propria pressione, a volte cortese, più spesso più o meno violenta, volta a denaturarlo, a fargli dimenticare la propria identità e a sposare l'identità della maggioranza. È questa violenza storica che trasforma a priori la potenziale arte ebraica nella pura e semplice produzione degli artisti ebrei.

Il secondo motivo va individuato nel cosiddetto "aniconismo ebraico", che significa la proibizione delle immagini che deriverebbe dal secondo dei Dieci Comandamenti. In realtà, una attenta lettura di Esodo 20, 4-6 e di Deuteronomio 5, 8-10 permette due interpretazioni alternative. La prima escluderebbe la raffigurazione di qualsiasi cosa, comprese le piante e la natura morta. Il che non ha mai avuto seguito.

La seconda non proibirebbe tanto le immagini quanto la loro adorazione idolatrica. Certo, a scopo preventivo e nel tradizionale spirito di fare un seyag, una siepe alla Torà, è più pratico e più sicuro evitare le immagini tout court.
Ma questo, nei fatti, non è mai accaduto. Basti pensare alle nostre belle Haggadot di Pesach, a numerose ketubbot matrimoniali riccamente illustrate, ma anche alle Sinagoghe come quella di Bet Alfa o come la sua più famosa sorella maggiore di Dura- Europos in Mesopotamia.

Se dunque l'arte figurativa, fino a tempi molto vicini a noi, non ha avuto fra noi ebrei una sorte particolarmente gloriosa, ciò deve essere dovuto ad altri motivi. A mio modesto parere, non si tratta tanto di un rifiuto o almeno di una sottovalutazione delle arti plastiche quanto di una eccezionale esaltazione della comunicazione verbale e della narrazione.

Mi piace citare la storia chassidica secondo la quale il Besht, fondatore di questo movimento, quando voleva chiedere una grazia al Signore, si isolava in un posto del bosco che lui solo conosceva, accendeva un fuoco che lui solo sapeva accendere, formulava una preghiera che solo lui conosceva, e allora la sua preghiera veniva esaudita. Generazione dopo generazione tutti i dettagli della cerimonia furono dimenticati. Ma di tutto questo si poteva ancora narrare. E tanto bastava perché la preghiera venisse ancora esaudita.

Sulla narrazione sorgono ancora due problemi specifici.

Il primo è: di che cosa si narra e il secondo: come si narra.

la narrazione ebraica, da distinguersi dalla letteratura normativa ebraica, si permette una libertà di opinione, senza alcuna censura, che, fino ad oggi, non è stata abbastanza considerata. Non parliamo di un libro quale quello di Giobbe, che si permette di mettere in discussione la stessa Provvidenza divina (e viene canonizzato!), ma, per restare nella Bibbia, pensiamo ad Abramo, che si permette di "fare la morale" al Signore Iddio, ammonendolo (ki-vyakhol): "Forse che il Giudice di tutta la Terra farà un'ingiustizia? (Genesi 18,25).

Questo significa soprattutto che la narrazione ebraica affonda le sue radici in un terreno di antica e profonda sofferenza umana (ebraica, nella sua immediatezza e prima esperienza, ma umana nella sua descrizione e nella sua generalizzazione). È questa esperienza che autorizza a rimuovere vincoli giuridici e umani alla totale libertà di espressione.

Ma questo fa certamente paura alle strutture di potere consolidate. E fa passare l'ebreo per l'eterno ribelle, irrequieto, critico spietato anche quando fa filosofia, scienza teorica, psicologia. Un rivoluzionario.

Come si narra?

Nella Bibbia, la forma di narrazione più usata è quella del mashal, che non è semplicemente l'apologo o la metafora. Pensiamo a quel bellissimo poema d'amore che è il "Cantico dei Cantici", che non è una metafora dell'amore divino, come vorrebbero alcune pie letture, ma piuttosto l'esaltazione dell'anelito di una giovane adolescente a uno squisito amore terreno. Questo è già di per sé, "divino".

Certo, ci possono essere anche altre letture, anche aride letture filologiche, con slittamenti di senso e con analogie forzate.
Forse è proprio il modo ebraico di narrare a stimolare il lettore che in ultima analisi contribuirà a dare il suo significato al testo. A meno che il testo stesso non venga recitato, forse cantato, danzato, fornendo strumenti interpretativi aggiunti e molto forti.

Come si vede, la tradizione conta molto in questa presentazione della narrazione ebraica. E non è un caso che si debba citare il primo Nobel ebreo per la letteratura. S.Y. Agnon, che, sul terreno di questa tradizione, rinnovandone il linguaggio, ha saputo narrare di tematiche moderne e attuali.
Sorge qui il problema degli scrittori ebrei moderni e contemporanei, dei quali non si farà l'elenco. Alla luce di quanto fin qui esposto, sono ebrei scrittori o sono veri e propri scrittori ebrei?

Deludendovi, credo di non essere in grado di rispondere a questa domanda. Ma poi, è una domanda tanto importante?
Pensiamo a Primo Levi, che ha scritto in lingua italiana. Ma è proprio tanto importante? L'esperienza drammatica dalla quale è sorta la sua vena letteraria di primo ordine, era o non era ebraica? E allo stesso tempo, era o non era universale?

Il fatto stesso che io ponga il quesito sta a dimostrare la possibilità di risposte affermative.
Da parte mia penso che in tutti gli Autori, che ne siano consapevoli o meno, che ne siano gratificati o meno, che si chiamino Primo Levi o Giorgio Bassani, Alberto Pincherle (Moravia) o Umberto Saba, la formula schematica non sia praticabile.

È compito nostro, dei lettori, leggerli senza prevenzioni e indagarli, cercare in quale punto si era stabilito il loro personale equilibrio fra le opposte tendenze, fra il particolarismo e l'universalismo; e soprattutto dare la nostra valutazione di quanto il loro messaggio parli a noi, uomini del XXI secolo.

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