decalog.gif (39978 byte)


title_due.gif (5481 byte)

surrexit.jpg (39615 byte)

Questo brano, che nutre la nostra conoscenza dell'ebraismo e del cristianesimo,  è parte di un lavoro di Don Giuseppe Sorani1 pubblicato in: "Ebrei ed ebraismo nel Nuovo Testamento" vol. 2, a cura dell'Associazione Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma - Edizioni Dehoniane Roma, 1989


Anzitutto uno sguardo all'insegnamento di Gesù e quindi alla tradizione ebraica. Perché il termine si può prestare ad un possibile equivoco: quando si parla di insegnamento la nostra esperienza ci riporta subito al rapporto scolastico tra maestro e studente, per cui per insegnamento si intende spesso l'istruzione da parte di chi sa e l'apprendimento da parte di chi non sa. Ma nella tradizione biblica, nell'esperienza religiosa ebraica e della primitiva comunità cristiana, e soprattutto nell'esperienza di Gesù, l'insegnamento non è affrontato così, ma è soprattutto fondato sul rapporto tra una guida e il suo discepolo.

È un'esperienza, non tanto un'istruzione, condivisa insieme dal maestro e dal discepolo. C'è tra il maestro e il discepolo un coinvolgimento vitale prima ancora di una informazione o una istruzione su determinati contenuti, messaggi, ecc. L’insegnamento si presenta nell’esperienza ebraica, biblica, ed anche di Gesù, come una compagnia, come tempo passato insieme, come una sequela.

È importante sottolineare questa dimensione perché altrimenti sarà poi difficile confrontare contenuti di messaggi etici, staccandoli da questo contesto di vita condivisa. L’insegnamento è soprattutto uno stare con il maestro, soprattutto un camminare con il maestro; il maestro è Dio, camminare con Dio.

Tutto l’Antico Testamento parla di camminare con Dio, per imparare i pensieri di Dio, e tutto il Vangelo parla di camminare con Gesù; è tutto una lunga camminata il Vangelo, sempre, un lungo cammino, e quel che è bello è che più si sta con Gesù più si cammina. È un insegnamento in movimento, e questo dà già una nota importante all’insegnamento del Cristo all’interno della tradizione ebraica e biblica; c’è un progresso non razionale, razionalistico, intellettuale, ma storico. Cammin facendo, insieme ad una persona che fa da guida, autentico maestro, si impara, si capisce, di approfondisce, si condivide, ci si lascia coinvolgere: questo è l’insegnamento!

Quindi, più che imparare tutto fin dall’inizio… (vi ricordate come si insegnava la catechesi molti anni fa? I bambini piccoli sapevano già tutto imparando le formule, così come conoscevano i contenuti della teologia i grandi teologi, le formule erano perfette, tutto si sapeva già dall’inizio) nell’insegnamento biblico di Gesù, nella tradizione ebraica, non si impara come se fosse già tutto preconfezionato, per cui non c’è che da apprendere e conservare mentalmente.

I discepoli sono tutti invitati a scoprire progressivamente. È questa la caratteristica dell’insegnamento biblico: accogliere, ripensare, approfondire. Questa dimensione dell’insegnamento è fondamentale. I passi da richiamare possono essere tantissimi, ricordiamo per il mondo cristiano la chiamata dei discepoli: Gesù entra nella storia da adulto, inizia il suo ministero pubblico e chiama i discepoli. Due anni o poco più di vita passata insieme, sono scuola, è il modo con cui Gesù insegna.

Guardate le parabole di Gesù: le presenta, le offre, non c’è un materiale preconfezionato e tutto contenuto in modo chiaro, ma delle allusioni profonde su tematiche apertissime, senza nessuna definizione globale, completa. Quindi Gesù dà dei contenuti su cui pensare, da riprendere continuamente ed approfondire, come stiamo facendo anche nei nostri tempi. Sono inesauribili queste parabole.

Ancor di più, se non vogliamo fermarci ai discepoli, pensiamo a Maria di Nazaret, la Vergine Santissima. Dice il Vangelo che conserva e medita. Conserva nella mente gli eventi, li ripensa, è il modo con cui impara. Le viene impartito un insegnamento attraverso parole, gesti, situazioni di vita vissuta dal Signore Gesù, e lei ripensa e medita a lungo, una lunga peregrinazione su questi eventi, per approfondirne il senso della fede.

Guardate nell’ambito ebraico: Gesù dodicenne che al Tempio si ferma a discutere con i Rabbini, con i Sacerdoti. Tipico atteggiamento dell’educazione, dell’insegnamento ebraico: si sta lì, si impara, si discute gradualmente, non c’è uno schema onnicomprensivo. Accade normalmente nelle yeshivot ebraiche. E ancor più l’esperienza che tutti conoscono del Seder di Pasqua. Nell’ haggadah si ritrovano le domande del bambino, domande che di anno in anno ottengono sempre le stesse risposte, ma possono anche avere risposte sempre più ampie, più approfondite, più attualizzate. È un evento, un fatto: una comunità che rivive gli eventi! Questo mi pare vada detto subito proprio come dimensione dell’insegnamento.

Alcuni piccoli episodi molto significativi: nella tradizione ebraica, quando nasce un bambino, si usa fare una veglia prima di circonciderlo, e durante la veglia, in alcuni ambienti si recita lo " Shema ", con lettura prolungata di una parte della Torah, ad alta voce. Ci si domanda: "come mai ad alta voce"?

"Come il piccolo sarà presto introdotto nel patto, attraverso la circoncisione, così deve essere subito introdotto nell’insegnamento, attraverso l’ascolto. Non capisce, ma ascolta".

C’è un midrash in cui si dice che la mamma porta il bambino piccolissimo nell’aula dove i grandi dottori discutono: perché? Fin da piccoli bisogna far l’orecchio all’insegnamento, anche senza capire, perché il problema non è intellettivo, razionale, ma è un apprendimento esistenziale, fatto di presenze.

Pensate anche al programma di apprendimento che è stato sempre presentato per i piccoli: a cinque anni sono accostati alla conoscenza della Bibbia, a dieci anni alla mishnà, dopo i tredici anni, dopo il bar mizvà, al Talmud. Si potrebbe obiettare che si tratta di cose astratte, ma io ho visto in certi ambienti ortodossi bambini ancora piccoli che frequentano le elementari al mattino e studiano il Talmud il pomeriggio, con i loro lunghi ricciolini, pallidi, ma stanno là invece di giocare, perché studiare e scendere dentro i contenuto di un insegnamento e riviverlo con le guide. "Il mondo sussiste grazie agli scolari", dice il midrash.

Ce n’è uno anche più forte che dice: dei nemici si sono raccolti per assalire la città e le piccole comunità ebraiche, e là fuori cercano il momento più opportuno per assalire. Dicono: allungate un po’ i padiglioni degli orecchi, finché sentite bisbigliare la Torah, non assaliteli, perché sono imprendibili. Quando lasceranno da parte questo insegnamento, allora saranno indifesi. È la forza che nella tradizione ebraica ha questo insegnamento, non tanto come un apprendimento di formule, di messaggi, di programmi, quanto come una condivisione esistenziale di tutti i valori di una storia.

Ancora un’altra precisazione: la Torah, come sappiamo, cioè la parola biblica, è soprattutto orientamento, direttiva, più che normativa. Se noi esaminiamo il Pentateuco, vediamo che è ricchissimo di precettistica; ma due terzi della Bibbia antica sono vangelo, cioè sono il lieto annunzio, il racconto gioioso, degli interventi salvifici di Dio: questi sono normativi, i veri contenuti dell’insegnamento, non i singoli precetti.

Allora l’insegnamento non è imparare ad applicare alcune norme, alcuni precetti piccoli e determinati. Insegnamento è soprattutto aiutare piccoli e grandi a partecipare a questi eventi misericordiosi di Dio. Questo è importante! Si tratta di inserirsi in una storia che Dio conduce nei modi più imprevedibili. Allora se vogliamo fare subito una applicazione sul piano etico, (quando si parla dell’insegnamento di Gesù nei confronti dell’Antico testamento si parla soprattutto del confronto dei valori etici, delle proposte etiche) diventa impensabile un’etica biblica che sia separabile da Dio. È inconcepibile un’etica naturale. La vera norma, il gran precetto, è ciò che ha fatto, l’iniziativa di Dio. E l’etica è la risposta.

Allora l’insegnamento, nell’ambito biblico, e quindi anche di Gesù, porta il discepolo a preparare la risposta a una chiamata.

L’iniziativa di Dio, gli eventi salvifici di Dio, sono chiamate storiche. Dio non fa nulla perché resti inerte, ma perché abbia una risonanza consapevole, da parte di chi è invitato a farsene discepolo, cioè ad entrare in questo evento e a camminare sulla base di questo intervento di Dio.

Sapete che nell’antica storia biblica, la risposta concreta ai gesti, agli inviti, agli eventi mossi da Dio, era ricercata dai sacerdoti quando ancora non c’era un grande allenamento alla ricerca biblica. Erano i sacerdoti che leggevano gli eventi e suggerivano le risposte pratiche, era il sacerdote (così come si usava anche nell’ambito cristiano) che dava delle indicazioni molto precise sulla volontà concreta di Dio.

Questo compito è stato assunto in seguito dai Profeti e poi dai rabbini. Ma ciò che è importante affermare subito è che non è possibile trovare l’etica biblica contenuta esclusivamente nel Decalogo.

Istintivamente, quando si pensa all’etica ebraica, si pensa al Decalogo, ai dieci comandamenti. Come quando si parla del Vangelo si dice che i cap. 5°, 6° e 7° di Matteo sono l’etica cristiana. È impossibile cercare in una normativa definitiva tutto quello che è l’etica biblica. Ci sono sì nella Bibbia moltissime norme, elenchi di precetti fondamentali, ma non sono definitivi né esaustivi.

Anche il fatto che molte di queste norme abbiano una formulazione negativa, già di per sé dice che non sono sufficienti ad impostare una risposta ad una chiamata, perché non è sufficiente evitare gli elementi negativi per una risposta di fedeltà crescente agli interventi di Dio. Questo è comprensibilissimo. Solo dopo il rientro da Babilonia, con la ricostruzione della comunità in terra di Israele, la ricostruzione di Gerusalemme, del Tempio, la riscoperta della Torah ecc., solo allora il rabbinato ha dato un peso enorme alla Torah come norma, più che a Dio come chiamata. È una accentuazione dovuta ad un’urgenza di difesa contro l’ellenismo incipiente e dilagante. Il pericolo di una assimilazione culturale da parte del mondo ellenistico ha creato questa specie di difesa precettistica. È il rischio, diciamo, che hanno vissuto un po’ tutte le comunità di fede, compresa la Chiesa: quando c’è un po’ di atteggiamento difensivo e di minor fede, la ricerca di una difesa della propria identità, più culturale che religiosa, ci si arrocca sull’osservanza dei precetti, si perde un po’ lo slancio profetico e quella apertura che consente di rispondere con coraggio illimitato al passaggio di Dio che invita ad andare oltre.

La polemica tra Gesù e i Farisei che si ritrova specialmente nel vangelo di Matteo, non è tanto un contrasto tra antico e nuovo, ma tra una fedeltà formale, superficiale, culturale, alla parola, e una fedeltà profonda ad essa, trascendendo la norma per intuire qual è la chiamata concreta ed attuale che Dio fa alla comunità che è invitata ad essere discepola. Se vogliamo trovare una differenza tra la morale come viene presentata nell’Antico Testamento e come è nel Nuovo, non ripetiamo più quegli stereotipi negativi, insignificanti: l’etica antico-testamentaria è tutta formalismo e superficialità, mentre l’etica cristiana è tutta interiorità, cordialità, ricchezza e amore. La differenza sta solo nella qualità della chiamata. Come dice la Lettera agli Ebrei, prima Dio si è rivelato (cioè ha chiamato, ha posto dei segni che sono delle vocazioni) nei Patriarchi, in Mosè, nei Profeti, ora, nel Figlio. È tutto qui. Il salto qualitativo, chiamiamolo così, che avviene nella storia, è dovuto all’evento Cristo, non al fatto che l’etica e la rivelazione antico-testamentaria si sia impoverita. Ricca era e ricca è rimasta, chiamata enorme e grandiosa era, e tale è rimasta; solo che l’evento Cristo ha introdotto una chiamata qualitativamente diversa, nuova.

Per chi ha appunto una fede cristiana si tratta di essere consapevoli di questo evento salvifico che il Cristo introduce nella storia. È una rivelazione particolare, l’autorivelazione del Cristo diventa una chiamata specifica, è quello che troviamo agli inizi del Vangelo. Troviamo una differenza che non è una opposizione, che non è un contrasto, che non è una squalificazione dell’etica ebraica, antico-testamentaria. Certamente la figura del Cristo introduce nella storia, tra Dio e il suo popolo, l’umanità, un dono di sé così come lo vive il Cristo, che esige una risposta, un’etica proporzionata. Allora è difficilissimo creare, a partire dalla vicenda Cristo, dalla dedizione di Cristo sulla croce, una serie di precetti adeguati.

Così come è difficile pensare che le norme contenute nel pentateuco siano tutta la risposta del mondo ebraico alla rivelazione di Dio. È impensabile. Nessuna serie di precetti può contenere una risposta adeguata a degli eventi grandiosi che Dio pone.

Sono solo piccole, limitate indicazioni, come degli argini, ma dentro c’è tutto un fiume di risposte che saranno continuamente inadeguate e che non si potranno raccogliere in formule o in precetti ben definiti.

Per questo occorre un continuo discernimento, illuminato dalla fede. Nel mondo ebraico illuminati dagli esempi che Dio ha lasciato nella storia, di una benevolenza illimitata per il popolo di Israele. Nel mondo cristiano questo discernimento è illuminato dall’esempio di Cristo. Se Gesù dice: "Amatevi come io vi ho amati" è questo esempio che diventa normativo, e non si può trarre da esso dei precetti limitati. E proprio per questo è giusto dire che non è l’osservanza dei precetti che salva, neanche gli ebrei lo dicono, L’osservanza dei precetti è doverosa, ma ciò che salva è la risposta alla chiamata.

Cioè vi è una presenza di Dio che opera, ed è questo che salva.

Vi sono dei momenti in cui anche la più perfetta osservanza costituisce ancora una insufficiente risposta. Nei Vangeli questo è chiaro, così come è chiaro nell’Antico Testamento e nell’esperienza storica del popolo ebraico. Ricordate il giovane ricco, tutto aveva osservato dei comandamenti. Gesù gli dice: "vieni, vendi tutto." Piena osservanza dei precetti, debole sequela, fragile risposta alla chiamata.

Penso si debba condensare il senso dell’insegnamento di Gesù sulla scia dell’insegnamento dei sacerdoti, dei profeti, dei rabbini, all'interno della storia ebraica: l'insegnamento che si caratterizza soprattutto come chiamata a una sequela, a una vicinanza diretta, ad una condivisione.

Nel capitolo I di Marco Gesù comincia la sua predicazione dicendo: "Il tempo è compiuto, il Regno è vicino, convertitevi, aderite al Vangelo"; è tutta una sequela, chiama subito i discepoli e poi, ecco, lo stupore per questa figura straordinaria che è Gesù; che, secondo il testo di Marco, "espone una dottrina nuova insegnata con autorità". Un’esperienza questa che spessissimo, a mio giudizio, viene male interpretata. Dottrina nuova, che squalificherebbe tutta la precedente dottrina? Affatto. Insegnata con autorità, quindi non come gli scribi che non hanno più alcuna autorità! Questa forma di opposizione, di lettura pregiudiziale non va. Gesù non insegna una dottrina nuova, insegna una dottrina antica, ma apre, indica, esigenze nuove di questa dottrina antica, perché Lui è lì, e le esigenze dipendono dalla Sua presenza: esigenze nuove di una rivelazione antica.

È sempre, non una dottrina, e infatti non aveva insegnato nessuna dottrina, perché Marco non lo dice. L’unica cosa che aveva detto è di avere indicato il tempo compiuto, la sua presenza lì: aderita a questa presenza nuova di Dio.

Perché questo? Perché succede che ci sono dei limiti per cui il mondo culturale, anche pluralistico come il nostro, scade a dei livelli molto bassi e bisogna riportarlo su; oppure vi sono eventi veramente strepitosi, interventi di Dio eccezionali, che alzano il livello della risposta, chiedono risposte più esigenti. Questo è l’insegnamento.

"Insegnato con autorità". Anche qui non si tratta di autorità, ma di potenza, che Gesù mostra liberando l’indemoniato. Quella è l’autorità. Cioè una parola che esige novità e risposte più intense, proporzionate alla Sua presenza.

Nel capitolo 5° di Matteo Gesù dice: "Non sono venuto ad abolire, ma a compiere" la Legge. Nessuna intenzione da parte di Gesù di abolire. Questa espressione è contenuta nel Vangelo di Matteo che è il più polemico. Matteo presenta questa espressione ponendola al centro, come chiave di tutta la "novità" di Cristo nel suo insegnamento. "Non sono venuto ad abolire ma a compiere" l’antica rivelazione, l’antico insegnamento, l’antica etica. Antica, ma non vecchia!

L’ostilità cristiana (2) verso la Legge ebraica ormai fa parte di una educazione cristiana, magari ripresa da tante espressioni paoline. Questa ostilità ingiustificata e inconsapevole, è veramente un tradimento all’insegnamento di Gesù. Bisogna avere il coraggio di dirlo e di dircelo!

L’ostilità cristiana alla Legge ebraica è un tradimento all’insegnamento di Gesù.

"Chi trasgredisce il più piccolo di questi comandamenti", dice Gesù, "non è degno del Regno". Come si può svilire, svalutare, considerare superata la Legge! Qui si apre una problematica infinita, ma intanto riconfermiamo questa espressione chiave del testo di Matteo.

Nel capitolo 7,12 di Matteo, si dice: "Fate al prossimo quello che volete sia fatto a voi. Questa è la legge di Mosè" La impone, raccogliendola in quell’espressione che già avevano raccolto poco prima di lui, poco prima di Gesù, i grandi rabbini. Quindi guai ad immaginare una volontà di Cristo di abolirla, di superarla, di trascurarla, di metterla da parte, assolutamente. Gesù vive tutto calato dentro la Bibbia antica. Non la vuole abolire. Ma la vuole compiere. E questa è una finestra che si apre ad illuminare il nostro cammino.

Immaginare la Torah del Cristo, chiamiamola così, cioè l’etica cristiana, la normativa che nasce dal Cristo, dall’evento Cristo, immaginare questa Torah senza la Torah del Sinai, (una chiamata che viene dall’incontro con Dio al Sinai, che esige una risposta non tutta contenuta nel Decalogo, nel codice dell’Alleanza), perché questo rapporto con l’elezione fatta da Dio è incessante e non ha limiti, "immaginare l’una senza l’altra", dice un grande scrittore "è come immaginare un campanile in cui squillano le piccole campane mentre tace la grande. Non c’è più armonia e non c’è più completezza se si staccano questi contenuti di rivelazione e quindi di etica".

C’è un famoso midrash molto bello che serve per non fare discorsi troppo astratti. Dice che la Bibbia comincia con la seconda lettera dell’alfabeto: "Bereshit". Per quale ragione? Eppure, dice, comincia con la creazione. E la prima lettera "Alef" quando arriva? La prima lettera apparirà al Sinai, quando verranno dati i precetti, i comandamenti. Per quale ragione? Perché i comandamenti cominciano con la parola "ANOHI", "Io sono". "Io sono il Signore tuo Dio", la prima lettera arriva lì. Come mai la creazione comincia con la seconda lettera e i comandamenti con la prima lettera? Perché non ha valore la creazione, non ha senso, se questo senso non le viene dato dai comandamenti. Bellissimo! Il senso di ciò che esiste, l’orientamento, il valore, è dato dai precetti, ma solo se compresi come dicevamo prima, non precetti come piccole norme, ma come chiamata posta dall’evento del Sinai e dall’evento creativo, e per il mondo cristiano dall’evento redentivo, che esigono una risposta adeguata. Non potremo dare un senso all’esistenza, cioè alla creazione, se non a partire da questi precetti, da queste norme date dai fatti, che vengono espressi attraverso la storia anche mediante una precettistica, una normativa specifica.


1 Membro della Commissione diocesana per l'Ecumenismo e il Dialogo;
  Vicario parrocchiale nella Chiesa di Ognissanti di Roma
2 Più che di ostilità, pur con tutto il rispetto, parlerei di differenziazione, nella consapevolezza che in Cristo Signore viviamo la Nuova ed Eterna Alleanza. Non ci può essere alcuna ostilità, ma solo approfondimento di conoscenza, in un insegnamento davvero cristiano, che ha ereditato anche l'universalismo ebraico e rifugge da ogni tipo di esclusivismo. La appartenenza è nel Signore e si gioca tutta nell'accettarlo o meno. Il resto è storia "altra", che ben può convivere senza rivalità né contrapposizioni. (nota della Redazione)

| home | | inizio pagina |