Sandro Magister, su l'espresso del 28 maggio 2004

Il Vaticano muove alla scoperta di Israele. I suoi fedeli abitano lì. In Israele gli ebreocristiani sono sempre più numerosi e la Santa Sede si adegua. Il nuovo Custode della Terra Santa parla ebraico. E nel Cenacolo, ridato presto alla Chiesa, si tornerà a dir messa.

 

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Dal 15 maggio la Terra Santa ha un nuovo Custode, il francescano Pierbattista Pizzaballa, 38 anni, bergamasco. Il Custode ha la potestà su tutti i maggiori luoghi sacri cristiani della terra di Gesù. L’hanno eletto i suoi confratelli, ma è il Vaticano che ha avuto l’ultima parola. Pizzaballa parla ebraico ed è stato parroco degli ebreocristiani di Gerusalemme. È amicissimo del vescovo Jean-Baptiste Gourion, l’ebreo convertito che dallo scorso autunno è stato messo lì dal papa a curare “i fedeli cattolici di espressione ebraica” viventi in Terra Santa.

Il nuovo Custode è la conferma di una svolta in corso. Il Vaticano cerca di raffreddare gli ardori filopalestinesi del patriarcato latino di Gerusalemme, retto dall’arabo Michel Sabbah, e guarda con interesse crescente all’altro versante, a Israele.

La svolta ha ragioni religiose: il forte desiderio di Giovanni Paolo II di far pace con gli ebrei, da lui ribadito nel messaggio del 23 maggio per il centenario della sinagoga di Roma.

Ma ha anche ragioni demografiche: i cristiani arabi in Terra Santa sono sempre di meno, nei Territori ne sono rimaste poche decine di migliaia; mentre sono sempre più numerosi, invece, i cristiani non arabi che abitano in Israele. Negli anni Novanta ne sono arrivati più di duecentomila dalla Russia, dall’Ucraina e da altri paesi slavi. Sono di parentela ebraica ma battezzati. Molti sono nati ortodossi, ma facili a passare al cattolicesimo. In essi la Chiesa di Roma vede il futuro della presenza cristiana in Terra Santa.

Il Vaticano lavora su più terreni e con più uomini. Per la conquista degli immigrati dall’est d’Europa ha dato libero corso ai neocatecumenali, attivissimi nel far proseliti e sicuramente i più filoisraeliani tra i movimenti cattolici nati negli ultimi decenni. Sopra il monte di Korazym, in vista del Mare di Galilea, essi hanno quasi ultimato una cittadella per la formazione dei loro missionari, inaugurata dal papa nel 2000 durante il suo viaggio in Israele, tra gli applausi dei rabbini compiaciuti dello stile anticotestamentario della costruzione. Il loro fondatore e capo supremo, lo spagnolo Kiko Argüello, ha incontrato di recente Ariel Sharon. Anche nei mesi più cupi dell’ultima intifada non hanno mai cessato di portare pellegrini in Terra Santa, facendo capo a un’agenzia di viaggi ebraica o direttamente alla compagnia aerea israeliana El Al.

Quanto agli arabocristiani che abitano nei Territori, il Vaticano fa di tutto perché non emigrino: sollecita i pellegrini che visitano quelle terre a portare loro aiuti in denaro. Ma un conto è il sostegno umanitario, un conto quello politico. Contro gli eccessi d’attivismo filopalestinese il Vaticano s’è fatto più severo. Il francescano Ibrahim Faltas, divenuto celebre come portavoce dei guerriglieri che occupavano la basilica di Betlemme nella primavera del 2002, è sulla lista degli epurandi.

Poi c’è il terreno diplomatico. Lo scorso autunno, quando monsignor Jean-Louis Tauran lasciò la carica di ministro degli esteri, i rapporti tra il Vaticano e Israele erano pessimi. Col suo successore Giovanni Lajolo e col nuovo ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Oded Ben-Hur, qualche lume s’è acceso. È imminente la ripresa di negoziati ufficiali. E uno dei punti vicini a soluzione ha per oggetto la Sala del Cenacolo, a Gerusalemme.

Giovanni Paolo II, nel 2000, vi celebrò messa. Ma formalmente il Cenacolo è una ex moschea di proprietà dello stato d’Israele, visitabile come fosse un museo. La speranza della Santa Sede è di vederlo restituito a luogo di culto cristiano, e il papa contava di darne l’annuncio lo scorso giovedì santo, memoria dell’ultima cena di Gesù. Il governo israeliano è pronto a cedere il Cenacolo non in proprietà ma in uso al capo della Chiesa cattolica. Restano però ancora dei punti da negoziare: ad esempio lì sotto c’è una tomba venerata dagli ebrei come sepoltura di Davide. Per il Vaticano i negoziatori ufficiali sono Lajolo e il nunzio in Israele, l’arcivescovo Pietro Sambi. Ma alla loro ombra si muovono gli sherpa, gli effettivi tessitori di questo e di altri accordi. Sono entrambi francescani: David-Maria Jaeger, altro ebreo convertito, giurista ferratissimo, e Pizzaballa, il nuovo Custode.

[Da “L’espresso” n. 22 del 28 maggio-3 giugno 2004]

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Un altro punto di frizione con il Vaticano riguarda il mancato rinnovo dei visti d’ingresso in Israele per circa centoventi preti, suore, religiosi originari del Libano e di altri paesi arabi.

Per anni essi hanno avuto il visto rinnovato per routine. Ma qualche mese fa, adducendo ragioni di sicurezza, il governo israeliano ha deciso di sottoporre a meticoloso controllo ciascuna richiesta di rinnovo, e le ha tutte bloccate. Col risultato che molti di questi religiosi continuano a restare in Israele illegalmente, a visto scaduto, e non se ne vanno perché temono di non potervi rientrare.

Per accelerare la soluzione del caso si è recato in Israele dal 24 al 28 maggio il cardinale Walter Kasper. Propriamente il suo ruolo è di curare i rapporti religiosi con l’ebraismo. Ma nell’agenda del suo viaggio, fitta di incontri con rabbini e uomini di Chiesa cattolici, greci ed armeni, Kasper, oltre che con autorità d’Israele, ha fatto posto anche alla questione visti.

Alla visita di Kasper farà seguito dal 1 al 4 giugno, a Gerusalemme, un meeting tra i rettori della Hebrew University, della Tel Aviv University, della Bar-Ilan University e i loro omologhi delle quattro maggiori università pontificie romane: il vescovo Salvatore Fisichella della Lateranense, il gesuita Franco Imoda della Gregoriana, padre Giuseppe Cavallotto dell’Urbaniana, l’università di Propaganda Fide, e don Mariano Fazio dell’università della Santa Croce, dell’Opus Dei.

Fisichella è braccio destro del cardinale Camillo Ruini, il vicario del papa che domenica 23 maggio ha letto il messaggio di Giovanni Paolo II agli ebrei nella sinagoga di Roma, nel centenario della costruzione. Mentre Imoda è confratello e amico del cardinale Carlo Maria Martini.

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Senza prevedibili rapide soluzioni è invece la controversia creata dal muro di separazione che Israele sta innalzando tra sé e i Territori.

La protesta della Chiesa è sia di principio (il papa ha invocato pubblicamente “non muri ma ponti”), sia dettata da motivi pratici. Uno degli ultimi atti del predecessore di Pizzaballa come Custode della Terra Santa, padre Giovanni Battistelli, è stato, il 24 marzo, la presentazione a Ginevra, alla commissione dell’Onu per i diritti umani, di una protesta formale.

In essa, oltre a lamentare che il muro non ricalca la “Linea Verde” del 1967 ma ingloba il 7 per cento del territorio palestinese con circa 95.000 abitanti, la Custodia denuncia una serie di “violazioni di diritti umani” a danno dei cristiani del posto.

“Massicci sbarramenti di cemento bloccano la strada verso la città araba di Abu Dis e tagliano in due la città vecchia di Betania. I bulldozer dell’esercito sono penetrati nell’area di un convento e hanno distrutto gli alberi d’ulivo di un altro. Il muro circonda un’altra casa religiosa della stessa area impedendo di accedervi dai Territori. Tutti questi atti violano in modo flagrante l’Accordo Fondamentale tra la Santa Sede e lo stato d’Israele firmato il 30 dicembre 1993 ed entrato in vigore il 10 marzo 1994”. Seguono i rimandi precisi a due articoli di detto Accordo.

[Sandro Magister su l'espresso 28 maggio 3 giugno 2004]

Intervista con il nuovo custode di Terrasanta          torna su


Fr. Pierbattista Pizzaballa ofm

Cosa è per te la Custodia di Terra Santa?
La Custodia è una presenza radicata in Medio Oriente, quella che noi cristiani chiamiamo Terra Santa. È una presenza ponte, un incontro (a volte scontro) tra due culture, quella orientale e quella occidentale. Credo, inoltre, che non vi sia un luogo al mondo come Gerusalemme dove tutte le confessioni religiose cristiane sono presenti. Al di là delle evidenti difficoltà di relazione, la Terra Santa ha un fascino che è unico nel suo genere, a tal punto che lo stesso Paolo VI l'ha definita "Il quinto Vangelo". Qui noi francescani siamo una presenza storica e lungo i secoli abbiamo imparato molto anche a dialogare con gli altri cristiani. A livello interreligioso siamo una piccola realtà rispetto alle due grandi presenze: ebraica e islamica, ma è bello vedere come pur non facendo parte di queste culture, assumiamo alcuni aspetti delle loro tradizioni e riusciamo a comunicare qualche cosa della nostra. In questo senso qui ci troviamo nel cuore della vita della Chiesa e del mondo. Nonostante i limiti dovuti alla scarsità di personale, alla difficoiltà delle lingue parlate ecc., riusciamo sempre ad offrire accoglienza, a incontrare pellegrini e fedeli di ogni parte del mondo e a discutere con chi non la pensa come noi. La Terra Santa è un luogo avvincente, che sfida continuamente e la sfida più grande di fronte a cui ci troviamo ora è quella di non limitarsi a subire le difficili situazioni in cui viviamo, ma riuscire a inserirsi in esse con un atteggiamento attivo e critico.

Quali sono le priorità che ti sei prefissato per il tuo mandato di Custode?
La mia priorità è innanzitutto la Formazione. Proprio per il fatto di essere radicati in Terra Santa, da sempre facciamo parte del panorama, ma non possiamo correre il rischio di vivere di rendita: lo “status quo”, a volte, può diventare anche un modo di pensare. Credo sia necessario scuotere le nostre coscienze, nella formazione iniziale e permanente, perchè in Terra Santa le cose cambiano e, di conseguenza, anche noi siamo chiamati a cambiare, pur rimanendo nel solco della tradizione.

Secondo te cosa ostacola il cambiamento e il rinnovamento?
Il primo ostacolo che individuo è la mancanza di personale, che del resto è un problema di buona parte dell’Ordine. Un altro è la divisione per gruppi linguistici. L’internazionalità nella Custodia è una ricchezza, che diventa un limite, quando i singoli gruppi tendono a rinchiudersi, mentre ciascuno dovrebbe proporsi come ricchezza per l’altro. Bisogna poi considerare che la Terra Santa è una terra carica di passioni. La situazione ambientale obbliga in un certo senso a coinvolgersi nelle situazioni, ma questo comporta anche dei rischi, quando la passione diventa viscerale e ci si arrocca sulle proprie posizioni. Bisogna essere appassionati, ma non lasciarsi prendere dalle passioni, perchè questo toglie la libertà nei confronti degli altri. Credo che conservare la libertà di amare tutti sia fondamentale oggi, soprattutto in Terra Santa. Noi Frati, sull’esempio di Francesco di Assisi, dobbiamo conservare l’amore per tutti come un atteggiamento profetico e per questo il nostro prossimo Capitolo avrà come tema “Profeti di riconciliazione e di pace”. Profeta è chi è solidale con tutti e vicino a tutti.

Cosa ti aspetti dall’Ordine dei Frati Minori?
La Custodia è parte dell’Ordine dei Frati Minori: siamo un’unica famiglia. La Custodia da sola non può venire incontro a tutte le esigenze e alle difficoltà che ci sono in Medio Oriente; la Custodia ha bisogno dell’Ordine e, credo, che anche l’Ordine abbia bisogno della Custodia. Se la Custodia intende rinnovarsi chiedendosi “cosa è” e “come vuole essere presente in Terra Santa”, non potrà trovare risposta senza un dialogo con l’Ordine. Abbiamo bisogno non solo di personale, ma anche di idee e di progetti in cui siano coinvolti i Frati di tutte le latitudini.

Cosa auspicheresti in particolare?
Un coinvolgimento maggiore da parte delle Province. La Custodia è definita la “perla delle missioni”, ma resta un modo di dire. Molto spesso si parla di missioni senza considerare tra queste la presenza in Terra Santa. Anche nella formazione permanente, è urgente coinvolgere l’Ordine e le Province. Vogliamo essere in sintonia con il cammino dell’Ordine. Credo ci sia una possibilità, addirittura una necessità, di collaborare.

Il riconoscimento dello Studio Biblico della Flagellazione da parte della Chiesa, è la conferma di uno degli aspetti peculiari della presenza francescana in Terra Santa.
Il ruolo dello Studio Biblico Francescano e degli altri Centri di Studio è indispensabile per la Custodia. Non si può prescindere dal contributo scientifico e formativo di questi Centri. Dovremo certamente confermare, potenziare e coordinare i nostri Centri di Studio perchè non ci sia dispersione di forze. Noi siamo una piccola presenza numerica in un ambito interreligioso ma, proprio per questo, dobbiamo dare un contributo soprattutto qualitativo. Il riconoscimento che la Chiesa ha dato allo Studio Biblico Francescano conferma il nostro impegno in tal senso. Per questo sarà necessario continuare ad investire e a far convergere le nostre energie in questo campo.

Ritieni sia necessario un'atteggiamento differente nei rapporti con le autorità civili?
Dobbiamo recuperare la libertà nei confronti di tutti. C'è la tendenza, sia da parte delle autorità locali sia di quelle internazionali a strumentalizzare la nostra presenza. C'è il rischio che certi eventi vengano usati e strumentalizzati. Penso sia molto importante per noi mantenere un linguaggio non politico e un atteggiamento libero, che rimanga fuori dagli schemi della politica. Dovremmo cominciare ad usare un linguaggio e ad avere un atteggiamento profetico. Questo non significa disinteressarsi di quanto accade intorno a noi, ma conservare la nostra autonomia e libertà nei confronti di tutti senza pregiudizi per nessuno.

Due peculiarità della presenza francesana in Terra Santa sono state l'attenzione ai pellegrini e ai cristiani residenti. Una delle azioni concrete che la Custodia ha operato è stata la costruzione delle abitazioni per i cristiani. Ritieni utile continuare questo tipo di attività?
Il problema delle case per i cristiani di Terra Santa è molto serio. Bisogna però fare attenzione a non trasformarci in un ministero delle infrastrutture. Per quante case si possa costruire non si riuscirà mai a risolvere il problema della sopravvivenza dei cristiani. In questa prospettiva siamo chiamati a dare il nostro contributo concreto.

La costruzione delle case é finalizzato ad evitare l'emigrazione: sono molti i cristiani che vanno via dalla Terra santa...
Nei Territori l’emigrazione è un problema veramente drammatico, mentre per i cristiani che vivono in Israele ci sono problemi di tipo diverso, tanto è vero che la Custodia per loro, per esempio, non costruisce case. Va poi tenuto presente che i poveri non andranno mai via, rimarranno sempre con noi, perchè non hanno il denaro necessario per emigrare. Un problema grave è invece la diminuzione di una presenza cristiana qualificata perchè chi ha possibilità economiche e una buona formazione preferisce emigrare, perchè non vede prospettive per il futuro. Nei Territori Palestinesi questo problema esiste, ed è dovuto soprattutto alla situazione politica e alla mancanza di prospettive economiche. In questo caso costruire edifici è importante, ma la Custodia non può limitarsi a questo. Noi Frati dobbiamo essere più solidali, meno assistenzialisti e più presenti. La gente non ha solo bisogno di soldi, chiede speranza, vuole essere aiutata a credere nel futuro.

Cosa pensi del muro di separazione?
Comprendo la paura e l'angoscia di Israele. Sono certo che il muro non è la risposta. Israele vuole difendersi dagli attacchi terroristici, ma la realtà del muro divide il villaggio dalle terre, la scuola dai bambini, l'ospedale dai malati; tutto ciò è difficilmente comprensibile. La storia, inoltre, insegna che tutti i muri prima o poi cadono. È una risposta di paura che non ha prospettive nel tempo, perchè la forza delle idee e la forza della vita superano qualsiasi barriera.

Hai vissuto da vicino la realtà delle comunità cristiane sia di origine ebraica, sia di origine palestinese. Come affrontano questa situazione drammatica?
Quello che ho notato nelle comunità cristiane è che c'è tanta stanchezza psicologica e spirituale. I cristiani non sono un popolo a sé, perchè essere cristiano non vuol dire appartenere ad una entità nazionale e la fede non si identifica con una identità nazionale. I cristiani stanno dall'una e dall'altra parte e ciascuno si identifica col proprio popolo d'appartenenza. I cristiani palestinesi sono solidali con i palestinesi, mentre i cristiani d'origine ebraica sono solidali con gli israeliani, anche se, chiaramente, molto spesso non condividono le scelte dei propri governanti.

Quali sono le prospettive per il futuro della Custodia, anche in relazione all’attuale situazione in cui è inserita?
Il punto di partenza della presenza francescana in Medio Oriente è l’incontro di S. Francesco con il Sultano Melek el Kamil. In quel contesto di guerra, nel corso delle Crociate, Francesco di Assisi ha scavalcato le trincee per andare a parlare, a dialogare con il Sultano che era considerato il nemico per eccellenza, l’infedele. Il futuro è nel gesto profetico del dialogo. Esso va attualizzato e vissuto prima di tutto nei rapporti tra noi Frati che proveniamo da diversi paesi e da diverse culture e poi nei rapporti con gli uomini e le donne che vivono in Terra Santa. Bisogna ripartire dalle origini, dalle motivazioni per cui Francesco di Assisi ha desiderato intraprendere il suo viaggio per rifare l’esperienza di Gesù Cristo, per vedere con i propri occhi i luoghi terreni dove il Figlio di Dio è nato, vissuto, morto e risorto per la salvezza dell’uomo.

a cura dell'Ufficio Comunicazione OFM

ISRAELE – PALESTINA – TERRASANTA                             torna su
Essere ponte per ebrei e musulmani

[Intervista con P. Pierbattista Pizzaballa,  ofm, nuovo Custode di Terrasanta
Bernardo Cervellera, su Asianews 26 maggio 2004]

Avere il coraggio di voltare pagina, di perdonare, di riconciliarsi: questa per padre Pierbattista Pizzaballa, nuovo Custode di Terrasanta, l’unica strada per uscire dalla spirale di odio e di vendette che insanguina da troppo tempo la regione. Parlare, ma anche ascoltare, per farsi perciò ponte sia verso i palestinesi che verso gli israeliani., per promuovere il dialogo interreligioso, che sa offrire contenuti di profezia alla politica. Sono alcuni dei temi dei quali padre Pizzaballa parla nell’intervista con AsiaNews, nella quale evidenzia anche la sua volontà di contribuire a far superare l’immagine di Israele legata all’aspetto militare degli eventi, a favore di quella di una società civile attenta anche alle altre religioni, e di un Islam che non è soltanto terrorismo.

Le prime impressioni dalla nomina in poi.

Il lavoro è tanto. La situazione della Terrasanta non è semplice, ma ho molta fiducia. I miei confratelli e un po’ tutti mi hanno espresso simpatia e sostegno. Confido che andrò avanti per quest’opera necessaria.

Come vede la missione dei francescani in Terrasanta?

È una missione di riconciliazione e di ponte. Per i francescani di Terrasanta, la nostra missione del futuro è simile a quella del punto di partenza e cioè l’incontro di san Francesco con il sultano. La nostra missione, oltre che custodire i Luoghi Santi, oltre che animare la vita delle comunità cristiane, è anche quello di essere punto di riferimento, di riconciliazione.

Anzitutto fra noi: noi siamo una comunità internazionale.  Non è facile che un americano viva fianco a fianco con un palestinese. Eppure nelle nostre case succede.

Un altro aspetto è farsi promotori di riconciliazione nell’ambiente in cui viviamo. Io condivido totalmente il messaggio per la Giornata della pace del 2002: “Non c’è pace senza giustizia non c’è giustizia senza perdono”. Vivendo in Terrasanta, fra israeliani e palestinesi, ci accorgiamo che è in atto una spirale senza fine di violenze, rivendicazioni, vendette, ritorsioni. L’unica soluzione è avere il coraggio di voltare pagina, di perdonare, di riconciliarsi. Occorre guardare davanti e non chiudersi ognuno nel proprio dolore.

Come attuare questo? Il mondo francescano è legato soprattutto ai cristiani di Terrasanta e questi sono in maggioranza palestinesi…

La nostra storia, è vero, è legata al mondo arabo, ma siamo anche una comunità internazionale. E ci sono anche tanti luoghi santi in Galilea, in zona israeliana. Vi sono francescani che lavorano anche col mondo israeliano, soprattutto in campo culturale. Un esempio: a Jaffa c’è una comunità dove i francescani accolgono israeliani e arabi. Al convento di S. Simeone ed Anna, oltre ad essere responsabile della comunità ebraica di Gerusalemme, ho curato i rapporti con le diverse istituzioni: andare in università a spiegare il cristianesimo, nelle scuole, alle guide turistiche e perfino nelle caserme.

Nelle caserme israeliane?

Il servizio militare in Israele dura tre anni. In questo tempo i soldati non devono solo sparare, come si pensa qui in Italia. Essi devono studiare e conoscere tutte le realtà del paese. Prima di iniziare a visitare chiese e luoghi santi, cercano disperatamente dei cristiani che possano spiegare loro il cristianesimo in  ebraico. Poi vi sono gruppi dell’esercito che fanno corsi di aggiornamento e chiedono esperti cristiani in campo etico…

In occidente spesso trionfa un’ immagine di Israele che ammazza e distrugge…

Israele non è soltanto esercito o conflitto, o i carri armati che vanno nei campi profughi. Israele è anche una società civile, che ha problemi come tutti, ma è anche vivace e ricca dal punto di vista culturale. Noi abbiamo il dovere di essere in contatto anche con loro. La nostra internazionalità ci mette in condizione di simpatia e favore verso tutte le altre culture, non solo quelle arabe.

Pensa di riuscire a far parlare israeliani e palestinesi che si fanno guerra da quasi 100 anni?

Il nostro ruolo di religiosi non è entrare in politica. I politici devono tradurre in fatti concreti quello che i religiosi dicono in modo profetico. Noi dobbiamo lavorare soprattutto nel dialogo interreligioso. Certo, in Israele e in Terrasanta non si può distinguere fra religione e società, ma noi dobbiamo limitarci al campo interreligioso, educativo, culturale, stimolando l’opinione pubblica. E, là dove è possibile, stimolare i politici ad incontrarsi.

L’occidente vede nella Terrasanta un luogo di benedizione, ma anche una specie di punto d’origine di tanti problemi che si sono diffusi nel mondo….Un ponte anche con i musulmani?

Il conflitto israele-palestinese non è il punto di origine di tutti i mali. Quello che accade in Terrasanta è la risultante di tanti conflitti e  che esistono nel mondo. Adesso si parla molto di islam e di terrorismo. Proprio per questo pregiudizio, che è generato dalla paura e dalla non conoscenza, l’unica posizione costruttiva è ancora quella di san Francesco. Nel pieno periodo delle crociate, quando il sultano era il nemico per eccellenza, rischiando di essere ucciso, lui è andato a parlare. Questo è difficile: parlare significa anche ascoltare, tentare di capire e questo richiede tempi lunghi. Ma è l’unica via; non vi è altra scelta.

Lei ha ricevuto accoglienza e messaggi da politici israeliani e palestinesi?

Sì ho ricevuto gli auguri e i complimenti da politici di entrambe le parti.

Lei ha una grande esperienza con i cattolici di lingua ebraica. Questi cattolici non hanno vita facile nel mondo israeliano né nel mondo cristiano-palestinese. Pensa ci sia una missione di riconciliazione anche per loro?

Penso che questo non sia ancora possibile. Sono comunità molto piccole e  troppo giovani dal punto di vista ecclesiale. Solo ora, con la nomina del vescovo [mons. Jean Baptiste Gourion - ndr] si stanno strutturando un po’ di più. Senz’altro essi sono importanti come futuri interlocutori. Anche nella chiesa, una comunità di tradizione ebraica è fondamentale.

Perché è importante una comunità di lingua e tradizione ebraica?

Dal punto di vista storico e teologico, penso sia importante: la prima comunità cristiana era fatta da persone provenienti dall’ebraismo. Con l’andar del tempo la chiesa ha perduto questa sensibilità verso il mondo ebraico, da cui noi proveniamo. Avere nella chiesa qualcuno che pensa come ebreo, come pensava Gesù, è molto importante anche per la comprensione teologica della bibbia. Un anno fa ho letto insieme a un gruppo di ebrei religiosi il nuovo testamento. Era fantastico: quasi per ogni passo trovavano un parallelo nella letteratura rabbinica. Capivi molto bene il contesto entro cui Gesù ha parlato.

Lei ha detto che i francescani di Terrasanta finora si sono preoccupati troppo di aiutare i cristiani a costruire case, trovare lavoro – magari nel campo del turismo religioso. È finito il tempo dell’assistenzialismo?

La mia esperienza pastorale è stata più insieme a comunità ebraiche che palestinesi. Ma la mia impressione è che in Terrasanta ci si preoccupa troppo di muri, e invece bisogna preoccuparsi dell’evangelizzazione, della formazione, della ri-evangelizzazione (che è molto più difficile). Abbiamo dato molta rilevanza ai luoghi e agli edifici – ed è importante – ma non si vive solo di case e di lavoro; si vive anche di prospettive, di speranze. La vita ha bisogno di senso e non solo di punti fisici di riferimento.

La formazione serve anche a creare un futuro. Invece la gente fugge ed emigra. Ma si emigra non soltanto per la guerra: in fondo in Terrasanta vi è stata sempre tensione… Anche se oggi ve n’è di più. Occorre aiutare a comprendere che essere presente in Terrasanta è una missione.

Lei è un superiore che può parlare in ebraico con i politici israeliani. Quando li incontrerà, cosa dirà loro?

Di tutti i problemi che abbiamo. Ma anzitutto quello dei visti ai religiosi, che è il più urgente. Poi vi sono quelli lasciati in sospeso dalla commissione mista israelo-vaticana, che ho saputo riprenderà gli incontri il mese prossimo. Essi devono ancora trattare i problemi fiscali di riconoscimento giuridico delle chiese, ecc. che prima o poi si chiariranno. L’altro lavoro è per un dialogo più sereno fra le parti, per una comprensione reciproca più profonda.

In questi giorni il card. Kasper è a Gerusalemme per incontrare capi religiosi e politici. Che rapporto c’è fra i vostri due lavori?

Non è la prima volta che il card. Kasper viene in Terrasanta. Viene di frequente e le sue visite sono accolte sempre con molto interesse. Questi suoi incontri sono un incoraggiamento per noi che lavoriamo con musulmani ebrei cristiani sul posto. Talvolta ci si sente soli a Gerusalemme.

Cosa può fare il mondo e i cristiani per la Terrasanta?

Fare nel proprio mondo quello che noi facciamo in Terrasanta: lavorare per la pace, per la comprensione reciproca, vincendo la paura, che è l’ombra della morte. Nelle macro relazioni occorre sottolineare le stesse cose: occorre non fermarsi ai problemi attuali, ai conflitti. Non permettere che siano i conflitti a scrivere la nostra storia. Per fare questo occorre speranza e anche certezza. Io sono cristiano e credo nel Cristo morto e risorto: questa è la mia certezza e il fondamento della mia fede.

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