Il racconto di una bambina e di una famiglia toccate dall'orrore, 
i segni inquietanti delle nuove leggende antigiudaiche

I nonni bruciati a Sobibor, la famiglia materna inghiottita ad Auschwitz, le leggi razziali. E la mattina meravigliosa della Liberazione, a Firenze

27 gennaio 2002 
Testimonianza di Fiamma Nirenstein

 

Una bambina nata dopo la Shoah sa cose diverse dalle altre bambine: per esempio, guarda di nascosto un libro proibito intitolato Der gelbe Stern, «La stella gialla», e là vede per la prima volta corpi nudi di uomini e donne, e la sua curiosità per le loro differenze è sommersa dalla curiosità per una morte orribile che mescola i corpi creando un eterno nodo di dolore. Una bambina così, sa che il suo nonno paterno Joseph, nato a Baranov, Polonia, e sua moglie, e quattro bambine, e l’adorato fratello piccolo del babbo Moshe, tutti sono stati bruciati vivi con getti di acqua bollente (in quel campo di sterminio era questa la prassi) a Sobibor. 

La bambina guarda la foto di Moshe, lo guarda fisso negli occhi chiari, e vede che le somiglia molto. Con lui sono spariti altri innumerevoli zii e parenti di diverso grado. La bambina sa fin da piccola che la famiglia materna, nella parte della nonna Rosina Volterra, era una famiglia con tanti allegri fratelli, e poi, dopo anni di nascondigli e fughe, per la delazione di alcuni conoscenti, ha visto inghiottire ad Auschwitz Angiolina e Gastone, come gli altri fratelli due ragazzi di alta borghesia, che per primi arrivavano in automobile a Forte dei Marmi, e che, da antiquari quali erano, organizzavano gli abiti antichi del Calcio in Costume per il Podestà di Firenze. Da figli chiamati dalla mamma «amore» e «tesoro», divennero soltanto carne da macello, carne di ebrei.

Una bambina ebrea sa anche che il suo nonno Giuseppe Lattes da dirigente di banca un giorno del 1938 si trovò per strada, a doversi inventare dei cartoni di bottoni colorati che andava a cercare di vendere di merceria in merceria a bordo di una motoretta. Questi bottoni rimasero in casa come gioco per noi bambini fino agli Anni 60. La figlia della Shoah sa che la sua mamma Wanda e la zia Rirì, da un giorno all’altro non poterono più andare a scuola, e né i professori né i compagni alzarono una voce neppure di sorpresa; e che la famiglia Lattes girava di casa in casa cercando un nascondiglio, e ci furono pochi che rischiarono per loro, e la maggior parte invece, no. Anzi, c’era chi li denunciò volentieri.

Ma dai racconti della nonna, la bimba sa di un giorno meraviglioso: quello in cui a Firenze giunse con i liberatori la Brigata Britannica con la Stella di Davide. Veniva dalla Palestina, allora mandato britannico. Tra quei soldati c’era suo padre, Aaron, poi detto Alberto. Il miracolo di vitalità e di amore per la vita del popolo ebraico offeso sei milioni di volte, splendeva in quel soldato ebreo e israeliano. La mia nonna Rosina ci prendeva per mano a noi bambine, la Fiamma e la Susy, e con noi ballava la Hora nel corridoio sotto un arazzo su cui la regina Ester troneggiava vittoriosa sul re Assuero, un Hitler dell’antichità. La Hora era il ballo dei pionieri sionisti: la nonna non è mai stata coscientemente tale, sentiva solo che in questo avere finalmente una propria nazione, si compiva un unico miracolo di resurrezione.

La cronista ha visto tanti Giorni della Memoria: il più bello in Israele, quando la gente poteva finalmente piangere senza distrazioni i morti della Shoah, elaborare il proprio lutto. Ovvero, ai tempi del processo di pace. Pareva negli anni di Rabin e della trattativa possibile che gli ebrei avessero trovato un approdo nel porto per loro così tempestoso della Storia. Non più morti, non più bambini terrorizzati e madri disperate. Non più Protocolli dei Savi di Sion, congiure giudaico-massoniche, plutocrazia ebraica, caricature nasute e con i sacchi d’oro fra le grinfie, non più sporco ebreo. 

La pace sarebbe giunta agli ebrei, finalmente, dopo duemila anni di sospiri, dal tempo dell’esilio romano, dopo tante persecuzioni, quel Paese degli ebrei riconosciuto da tutto il mondo. Ma non era vero: sono tornati i Protocolli dei Savi di Sion, distribuiti a Durban, per le strade, o resi serial televisivi dalla tv egiziana; sono tornati nelle caricature dei giornali arabi gli ebrei nasuti con i sacchi di dollari, la congiura mondiale e anche il sangue che cola dalle mani e dalla bocca degli israeliani; è tornato l’invito dell’integralismo islamico a uccidere gli ebrei, tutti gli ebrei, dovunque si trovino. 

E il mondo non ha detto altolà, neppure di fronte alla negazione generalizzata della Shoah definita «solo uno strumento per promuovere il sionismo»: non si sente un urlo di indignazione! Non si è sentito neppure quando sono state rilanciate le accuse di deicidio, o si è promesso di distruggere Israele in un colpo solo con la bomba atomica. E nemmeno quando dopo l’11 settembre, con labbra oscene, molti hanno vomitato l’idea che solo gli ebrei potevano aver organizzato un così riuscito disastro; nei casi più lievi, anche nei salotti di Francia, Inghilterra e Italia si è detto che comunque era accaduto a causa degli ebrei.

Come può essere? Come mai l’uomo contemporaneo non è ancora accorto di fronte alle orribili avvisaglie dell’antisemitismo? La Shoah non è finita finché esso non cessa: ognuno può pensarla come vuole sul conflitto mediorientale, e scriviamo in questa solenne ricorrenza che è indispensabile che il popolo palestinese abbia uno Stato nella sicurezza reciproca con gli israeliani e che cessino le sue dure sofferenze. Ma questo non c’entra: per arrivare alla protezione di tutte le minoranze, alla soddisfazione di tutte le richieste di chi soffre, la coscienza umana deve essere linda dalla sporcizia dell’antisemitismo. 

È ora, finalmente, che i bambini ebrei, a cinquant’anni di distanza, debbano poter vivere tranquilli, dovunque essi siano, e non morire per le strade, in pizzeria, in autobus. E così sia per ogni altro bambino. Il segnale della vera fine dell’antisemitismo sia un segnale per tutti di pace e di benessere. Ma la pace va ancora conquistata. Questa è la preghiera di una figlia della Shoah e della Liberazione


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