Gianfranco Tedeschi


Ha un senso volere oggi indagare, porsi il quesito in cosa consista l'identità ebraica, o questa è un qualcosa di definito, valida per ogni tempo, per ogni luogo e che non ammette modificazioni di sorta? I pareri sono, a questo proposito, discordi. lo appartengo a coloro che credono che l'identità ebraica sia qualcosa che trascende le varie interpretazioni che di essa sono state date nelle diverse epoche sul piano ora religioso ora etnico-politico, ora etico-sociale. 

Mi conforta quanto mi disse Ben Gurion nel '67 subito dopo la guerra dei sei giorni. Eravamo stati invitati, mio fratello ed io, dall' illustre statista per un colloquio su vari temi che riguardavano Israele e l' ebraismo. Come ho già ricordato, ad una mia domanda su cosa significasse per lui essere ebrei, egli, sorridendo, mi rispose: «Essere ebrei significa porsi ogni giorno la domanda: cosa significa essere ebrei?».

Cercherò di portare un piccolo contributo al tema dell' identità ebraica, fondamentalmente basandomi sulla psicologia del profondo di Jung.

Come già detto, gli ebrei furono i primi a recepire, circa 3200 anni fa, l'attivazione nella psiche collettiva di quell'epoca dell' archetipo del Sé, l' archetipo che guida alla realizzazione della propria completezza in una sintesi di valori consci ed inconsci, all'unità, che gli ebrei formularono nella dottrina del monoteismo. Questo archetipo è, nella psiche ebraica, molto vicino all' Io, a fior di pelle, per così dire, per cui sono intensificate quelle che sono le sequenze, le trasformazioni della personalità che sono indotte dall'attivazione del sé, vale a dire, fondamentalmente, lo spostamento dell' accento psichico dall' Io centro motore della personalità al riconoscimento della sua dipendenza dal sé di cui egli è il realizzatore conscio.

Nel mito (mito secondo Jung) ebraico sono presenti, in modo più marcato, i temi delle sequenze psichiche dell'attivazione del Sé, profondamente radicato nella struttura costituzionale della personalità dell' ebreo, dominante sulle altre strutture archetipiche. 

L' ebreo sente che Dio è una grande parte della propria anima: realizzare la propria qualità divina significa integrare Dio in ogni atto della propria quotidianità, riempire, come dice Buber, gli spazi interpersonali con il cemento divino fino a che vi sarà un'unica massa, un solo blocco, e questa sarà l'era messianica. 

L' ebreo sente di collaborare con Dio nella continuazione della creazione, e il tutto è permeato da un senso provvidenziale: «Il Signore mi conduce verso verdi pascoli, mi muove verso acque tranquille...», ripete continuamente il salmista.

Il problema delle responsabilità morali, come ho già detto, è chiaramente espresso nel Deuteronomio: «Se voi avrete fede in Me, seguirete i Miei precetti... sarete felici... ma se mi tradirete...».

Anche per questo, l'ebreo vuole conoscere sempre di più cosa Dio vuole da lui, e cosa non vuole, anela a comprendere sempre di più il significato profondo dei precetti divini. Non gli basta quanto è scritto nella Legge rivelata (Torà), vuole andare al di là, e comprendere il significato recondito, interpretando numericamente le parole scritte, per ricavarne nuove verità, nuovi comandamenti; legge negli spazi bianchi al fine di evidenziare quella che la Cabbalà chiama la Torà Celeste, seguendo la quale, sempre per la Cabbalà, Dio creò il mondo. La Torà Celeste, insieme alle interpretazioni talmudiche, rabbiniche, contribuisce a creare la Torà orale, che ha lo stesso valore sacro della Torà scritta, rivelata da Dio a Mosè. 

L' ebreo desidera conoscere ciò che Dio vuole da lui, in parte senz'altro per gli aspetti remunerativi promessi, come avviene per tutti gli esseri umani, a qualunque religione appartengano, ma anche per un profondo attaccamento, una fascinazione affettiva verso Dio. «Il piacere di compiere una mitzvà (comando religioso) consiste nel piacere di poterla compiere», dicono i Maestri, di avere, cioè, una possibilità di poter esprimere così il proprio amor Dei, la propria obbedienza al Signore, o non fare ciò che a Lui dispiace, come gli suggerisce il suo timor Dei.

Un altro aspetto della fenomenologia psichica collegata con l'attivazione del Sé è quella serie di mutamenti endopsichici ed esistenziali che caratterizzano quello che Jung chiama il processo d'individuazione, vale a dire la realizzazione conscia dell' anelito alla nostra completezza e, in questo, della nostra peculiarità, del nostro essere diversi.

Nell'ebreo è marcatissima questa tendenza all'individuazione, e il tema è frequentemente ricorrente nelle sue formulazioni culturali, teologiche, con la esortazione alla santità intesa come distinzione, differenziazione. Nella Cabbalà è detto che esistono tanti volti della divinità quanti sono gli uomini, ad ognuno Egli appare in modo differente. Un maestro chassidico disse ad un suo allievo di nome Sussia: «Un giorno il Signore ti domanderà non perché non sei diventato Mosè, ma perché non sei stato Sussia». 

Come dice Buber, si può servire Dio sia pregando, sia studiando, sia ballando e cantando. Se da una parte l'ebreo avverte questo istinto d'individuazione, dall'altro egli è vincolato a precetti collettivi. Uno scrittore cattolico francese, Daniel Rops, dice che gli ebrei sono liberi nel pensiero ma schiavi nell' azione, mentre il cattolico è schiavo nel pensiero e libero nell' azione. 
[Nell'ipotesi di una fede matura (che non risente della cristallizzazione dei dogmi perché non li vive come steccati, ma come piste di orientamento), questa affermazione è un controsenso: come può essere libero nell’azione chi è schiavo nel pensiero? Ma è valido anche il viceversa: non può essere schiavo nell’azione chi è libero nel pensiero, tranne il caso di coercizioni esterne che limitano la libertà d'azione, ferma restando la dinamica dell'armonizzazione tra fra individuazione e vincoli collettivi, che resta valida sia per gli ebrei che per i cristiani. N.d.R.]

Questo conflitto tra individuazione e vincoli collettivi è il conflitto di fondo della psiche ebraica che ha dato luogo, e seguita a dare luogo, alle tante correnti di pensiero, spesso tra loro contrastanti e molto divergenti, per esempio sull'identità ebraica. Ma il conflitto può essere altamente creativo qualora si cerchi una sintesi tra le due opposte tendenze. Non è forse la ricerca di questa sintesi che anima, che è alla base del Talmud, della Cabbalà, del chassidismo? Cosa è il Talmud se non una libera palestra di interpretazioni individuali (non è quasi mai detto chi abbia ragione e chi torto) dei precetti collettivi delle Sacre Scritture? Non è forse il tentativo di preservare la libera interpretazione al fine di accettare, con un proprio modo di vedere, il precetto collettivo, e con ciò rispettando le due opposte tendenze?

L 'interpretazione è la grande qualità della personalità ebraica attraverso la quale si estrinseca la tendenza all' essere diverso con implicazioni creative che spesso trascendono il singolo ebreo e possono essere di aiuto allo sviluppo di una cultura anche non ebraica con contenuti spesso rivoluzionari e, come tali, non graditi in un primo tempo dai vecchi equilibri culturali, religiosi, sociali, politici, scientifici, artistici ecc.

Non è un caso che sia stato l'ebreo Freud a gettare le basi di una nuova scienza, la psicoanalisi, basata e centrata sull' interpretazione, e che ha rivoluzionato tutto il nostro modo di vedere non solo la psicopatologia ma anche le grandi problematiche psicologiche dell'antichità e dei nostri tempi. Nella filosofia economico-politica creata dall'ebreo Marx sono evidenti i fondamentali stampi ebraici: l' assenza di sperequazioni. Non è questo un richiamo ad uno dei precetti più antichi delle sacre scritture, quello della tzedakà, già presente nel Genesi, ossia della carità, intesa non come semplice elemosina ma come impegno a fare scomparire i dislivelli, le disuguaglianze tra gli individui, al fine di far scomparire i poveri? Einstein interpreta in un nuovo modo i dati della fisica, creando con la relatività una nuova era che ci permette oggi di intraprendere i viaggi spaziali, con tutto ciò che questo potrà implicare per l'umanità. Sia pure ad un livello minore, le grandi tappe della storia della musica recano l' impronta innovativa, rivoluzionaria di ebrei. Così Salomone Rossi crea nel '500 lo stile concerto e Mayerbeer la grande opera, così come Benny Goodman creerà il jazz. Sul piano religioso sono gli ebrei che hanno compiuto la più grande rivoluzione di tutti i tempi, ossia il monoteismo, che ha scosso le fondamenta del paganesimo e aperto una nuova era, che ancora oggi si sta diffondendo ovunque.

Dove tende oggi il mito ebraico, ossia dove si sta configurando la sua creatività specifica? O, in altre parole, dove si configura l'identità ebraica, in quali dimensione: religiosa, politica, sociale, scientifica? Esistono varie risposte, ma ognuna evidenzia una parzialità, una particolarità limitata. La realtà è che oggi non sappiamo dove tenda questo mito, possiamo solo evidenziare la presenza di un grande tema: il ritorno. Ritorno degli esuli in quel miracolo storico che è lo stato d' lsraele e ritorno, specie nei giovani, all'osservanza delle norme religiose tradizionali, osservanza che essi comunicano ai loro famigliari ed amici. È possibile che nel ritorno politico e tradizionale si esaurisca il mito ebraico dopo quasi quattromila anni dal suo manifestarsi? lo non credo; vi sono sintomi d'insoddisfazione, individuali e collettivi, e la presenza di alcuni temi ancora larvati che si osservano in soggetti in psicoterapia, o comunque in individui che lottano per affermare il loro sé stesso, che fanno pensare e riflettere. Quello che possiamo fare è essere ebraicamente aperti ai nuovi sviluppi del mito, ossia ricordarci del vincolo fondamentale del nostro Io con il sé, con l' accettazione dei contenuti inconsci che da esso provengono, ossia della nostra anima divina.

Per chiudere, vorrei ricordare quanto mi disse prima di morire il mio maestro, il dott. Bernhard, un medico tedesco allievo di Jung e nipote di rabbini chassidici, per nulla osservante, ma profondamente ebreo. Gli chiesi quale era il segreto dell'esistenza, ed egli mi rispose con la più ebraica delle risposte: «Non vi è altro che l' abbandono alla provvidenza divina». Questa è la grande verità che gli ebrei hanno insegnato al mondo, la caratteristica saliente del mito ebraico di ogni tempo, da cui gli ebrei hanno tratto e seguiteranno a trarre la linfa vitale della loro specificità, della loro creatività, la loro fondamentale identità.


Saggio pubblicato in: Gianfranco Tedeschi, L' ebraismo e la psicologia analitica - Rivelazione teologica e Rivelazione psicologica p. 51-56, Editrice La Giuntina, 2000

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