| L'universalità
della benedizione
L'universalità rappresenta il terzo fattore della
perpetua simmetria creata dalla storia tra Ebrei e Cristiani. I profeti
hanno chiaramente annunciato che un giorno Dio riunirà tutte le nazioni
nella conoscenza del Suo Nome (Isaia 66,21) "E il Signore dice:
Prenderò taluni di essi come sacerdoti, altri come Leviti". È
questo il più inverosimile eppure il più fondamentale convincimento.
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Nel corso di questi duemila anni di storia, gli
Ebrei si sparsero attraverso l'Occidente europeo e le etnie musulmane,
nonché in ogni zona ove vi fossero cristiani come l'Asia, l'Africa e,
infine, in America, sulla scia delle grandi scoperte. In tutte queste febbrili evoluzioni gli Ebrei,
che non avevano cercato di aggregarsi alle nazioni di adozione
associandosi nella preghiera ai gruppi sacerdotali, rimasero isolati.
Nel XIX secolo vennero accusati di essere apolidi. Furono
rappresentati come una strana rete dipanantesi attraverso le varie
Nazioni, detentori di una speciale, misteriosa e minacciosa solidarietà,
laddove essi erano i custodi della promessa universalità,
dell'unificazione delle genti in un unico destino. Infatti secondo la parola
di Dio, tutti gli uomini hanno un'unica origine ed un'unica vocazione.
Dio è l'unico Dio per tutto l'Universo. Di conseguenza, tutti gli
uomini debbono ritenersi fra loro fratelli, figli di Adamo, fatti ad
immagine e somiglianza di Dio, loro padre e creatore.
La condizione diasporica di Israele avrebbe potuto rappresentare per
l'umanità il simbolo significativo di questo destino comune e della
promessa unità. Tuttavia, o per deliberata scelta o per necessità,
allo scopo di addossarsi la loro insopportabile differenza dalle altre
nazioni e così sopravvivere, gli Ebrei vissero nell'isolamento
accentuando la loro differenza, preservando la loro identità dietro
lo schermo delle Sacre Leggi
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Contemporaneamente i Cristiani, che erano pagani di
tutte le lingue, culture e razze, erano resi uniti dalla loro fede
nella realtà messianica di Gesù, Figlio di Israele, reagendo allo
stesso modo. I Cristiani che ricevettero il Corpus delle Sacre
scritture come "Parola di Dio" sono testimonianza vivente
che il processo di universalizzazione è in via di compimento. Ed
inoltre, essi hanno innumerevoli volte riprodotto l'esempio storico
che istituì la nazione di Israele, per il solo beneficio della loro
propria lingua, gruppo etnico, cultura, regno o impero. In parecchi luoghi la nuova "ecclesia" (kahal)
si ridusse a storiche specificità, persino quando questo voleva dire
ignorare la sua vocazione e missione universale. Così fu per molte
Chiese nazionali, di cui la storia ci fornisce innumerevoli esempi,
tra i popoli del Medio Oriente, a Bisanzio, nel mondo slavo e nell'occidente latino. In tutti questi
paesi, si perpetuò la controversia se il re, il patriarca, l'imperatore o il
papa fosse il capo della Chiesa. Differenze nazionali ed etniche
rimangono ancora oggi la più seria minaccia all'unità. La comunione
universale cui i cristiani sono chiamati è di testimonianza e di
incoraggiamento.
Al momento ci siamo avviati ad una svolta nella
storia dell'umanità, le cui fondamentali condizioni sono ribaltate e
capovolte.
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Per ciò che concerne gli Ebrei, vorrei porre
l'accento su due aspetti fondamentali. Per prima cosa, in seguito
alla progressiva rivendicazione delle libertà civili, sin dal
XVIII secolo, in diversi paesi europei numerose comunità ebraiche
hanno smesso la loro esistenza quasi monastica, per prender parte ai
grandi mutamenti della civilizzazione. Essi hanno collaborato con i
Cristiani per l'affermazione dell'universalismo laico, che si è
rafforzato in virtù ed anche con l'ambire ai diritti umani.
Spesso gli ebrei hanno avuto parte insieme ai Cristiani alla
valutazione degli errori di calcolo ed alla manchevolezza generata
dall'umana presunzione, essendo loro le prime vittime di quei
mutamenti, che si ritorsero loro contro con inaudita selettiva
crudeltà.
In secondo luogo, seguendo l'esempio delle nazioni europee e grazie
alla loro partecipazione nell'importante sviluppo politico e
culturale, sono riusciti a istituire lo Stato di Israele, assorbendo
i vari modelli di una specifica identità nazionale. Essi hanno in
tal modo rinnovata dalle radici la questione dell'identità
ebraica, che è ora scissa in due poli: da una parte, il polo che
concepisce la vita unicamente dedicata a Dio la cui sola vera casa
sarà data da Dio alla fine dei tempi; e, dall'altra parte, il polo
che accetta l'esistenza terrena, con una sua identità, lingua,
finalmente ricostituita, le sue ambizioni e la sua forza nazionale.
Con Israele la gente ebrea ha reintegrato la storia comune delle
nazioni, come nuovo riscontro e come mistero.
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Contemporaneamente, la Chiesa cristiana, e forse
anche la cristianità nella sua interezza, iniziò un viaggio verso
una direzione opposta. Nell'età contemporanea la Chiesa cattolica
ha sempre più cercato di affrancarsi dal predominio dei regnanti e
dalle identificazioni nazionali. Ed essa, mentre ritiene apertamente
queste ultime come una culturale ricchezza, non le accetterebbe se diventassero termini di riferimento in assoluto, ed il suo
diverso atteggiamento è chiara prova di questo cambiamento.
Come punto centrale di questa fase (e questo ci è stato chiaramente
insegnato da teologi cristiani come Louis Bouyer, Yves Congar e
Henri de Lubac, per nominare soltanto i francesi), troviamo la
riscoperta della fede intesa come speranza inserita nella storia,
nonché la riscoperta della vocazione cui sono chiamati tutti coloro
che riconoscono come parola di Dio quello che Gesù disse:
"Dovete essere perfetti perché il vostro Padre celeste è
perfetto" (Matteo 5, 48, ricordando il Levitico 19,2
"Dovete essere santi, perché Io il Signore vostro Dio, sono
santo".
Dopo la shoà, ma non soltanto in seguito a quella, la ferma
intenzione di individuare e rispettare i doni garantiti alla gente
ebraica nella storia della propria salvezza nonché la riscoperta
della continuità nell'esistenza della gente ebraica e della sua
fedeltà, costituiscono per i Cristiani il frutto della loro
riscoperta della propria ricchezza e vocazione. E ciò non significa
una maggiore umana disponibilità che prescinde da pregiudizio e
odio. Tuttavia persino una modesta speranza è propria di una fede
messianica in Dio come Salvatore. E l'attesa del regno di giustizia
e pace lascia i Cristiani in balia dell'umile certezza che nessuno
conosca né il tempo né l'ora della fine della storia.
Il senso spirituale della benedizione rievoca la grazia divina
dell'origine e l'amorevole cura della "promessa fatta ai nostri
padri cioè di mostrare pietà per Abramo e per i figli dei figli,
per sempre (Luca 1, 55) e "per tutte le genti della terra"
(genesi 12, 3). Questo è il compito che la Chiesa cattolica e molti
cristiani vogliono portare a termine oggi. È implicita la
contrizione della confessione. Questa nuova consapevolezza della
Chiesa cattolica fu riassunta nella dichiarazione "Nostra
Aetate" nel Concilio Vaticano II. Nel corso degli ultimi trenta
anni essa ha costituito materia per parecchie discussioni, in
particolar modo per iniziativa di Papa Giovanni Paolo II. Tuttavia,
questa nuova conoscenza deve essere ancora plasmata dal profondo per
ciò che attiene le idee di molti che, pur appartenendo alla sfera
cristiana non sono ancora purificati dallo Spirito del Messia.
L'esperienza accumulata nel corso dei secoli ci ha mostrato come una
continua "pazienza" ed alcuni sforzi educativi sono
necessari per "impossessarsi della propria anima". (Luca
21, 19)
Ciò nonostante, non stiamo deviando dalla direzione intrapresa.
Anzi, essa costituisce parte del movimento per mezzo del quale
l'umanità si è mantenuta unita, persino a costo di scontri. Questo
orientamento esprime alla Chiesa cattolica la determinazione di
portare a compimento la sua missione al servizio di questo mondo, di
compiere la volontà del Creatore di Israele e Redentore dell'umanità.
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