Martin Buber in una riunione di Stoccarda rispondeva alla domanda su che cosa avessero in comune cristiani ed ebrei:
Un libro e un'attesa. La vostra attesa è diretta alla seconda venuta del Signore; la nostra, di ebrei, alla venuta che non è stata anticipata dalla prima. Ma possiamo attendere insieme l’avvento dell’Uno, e vi sono momenti in cui possiamo preparare la via, davanti a Lui, insieme.


Irene Fornari

Roma, 2000 - Un seminario sulla cristianità vista dagli ebrei

Per secoli si è discusso sul punto di vista dei cristiani di fronte all'ebraismo, ma qual è quello degli ebrei nei confronti del cristianesimo?

Potrebbe essere questa una delle chiavi di lettura del seminario intensivo "Rapporti ebraico cristiani, storia, pensiero e prospettive", organizzato dal Collegio Rabbinico Italiano e svoltosi a Roma. L'incontro è stato l'occasione per una riflessione sulle radici comuni fra ebraismo e cristianesimo, ma anche sui temi che nei secoli hanno maggiormente diviso le due fedi, e su quelle che sono le prospettive e le condizioni necessarie per tentare di sviluppare un dialogo sereno.

E forse è interessante partire proprio dalle origini di questo rapporto, analizzando e rintracciando nei diversi evangelisti quelle 'spie' che possono aiutarci ad evidenziare gli elementi ebraici che Gesù ha mantenuto nel suo insegnamento, e quelli che possono essere ritenuti i punti di rottura. A tale proposito, tra i molti interventi, quello di Rav Riccardo Di Segni, "Vangeli ed ebraismo", ha messo in luce alcuni gesti che Gesù ha compiuto e che sono tipici di un ebreo 'osservante' (le benedizioni pronunciate durante l'Ultima Cena, il fatto di indossare il tallith, individuabile nel miracolo dell'emorroissa) o l'utilizzo di preghiere simili ad alcune esistenti, tanto è vero che la formula del Padre Nostro risente nella sua formulazione del Kaddish.

Rav Di Segni ha notato come nelle diverse stesure del Vangelo si assista ad una "degiudaizzazione" della figura di Gesù, che serve a creare una distanza fra quella che è la tradizione culturale di appartenenza e la 'nuova' dottrina che si sta formando. Accanto a questi punti di contatto ve ne sono altri, secondo lo studioso, che allontanano Gesù dal mondo ebraico, come ad esempio la nascita. Spiega Rav Di Segni che "mentre la nascita miracolosa è un tema ebraico, quello della nascita da una vergine è estraneo alla tradizione ebraica". Al contrario, alcuni attacchi di Gesù alle leggi alimentari e ai precetti compiuti senza attuare un comportamento morale, nei Vangeli assumono una carica dirompente rispetto alla cultura originaria, mentre il tema generico del privilegio della moralità, senza abolire il rito, era invece già presente nella Bibbia ebraica, ad esempio in Isaia (29,13) e in Geremia (7, 21-28).

Sul difficile e contrastato rapporto fra ebraismo e cristianesimo è intervenuto anche il professor Gavriel Levi, che ha analizzato il cammino compiuto dalla Chiesa per cercare il dialogo con gli ebrei. "Con il Concilio Vaticano II la Chiesa ha modificato il concetto di deicidio e quindi di responsabilità collettiva del popolo ebraico nella crocifissione di Cristo, ha cambiato in parte il concetto del 'tronco dei rami dell'ulivo' (presente nella Lettera ai Romani) con quello delle 'radici comuni', accettando una qualche vitalità della parte ebraica, ed ha infine messo a fuoco in maniera diversa la comune ascendenza da Abramo".

A fronte di questi passi positivi sulla via del dialogo c'è anche da rilevare, secondo quanto affermato dal prof. Levi, che il Concilio ha ribadito come la salvezza si ottenga esclusivamente attraverso la croce e in nessun altro modo, ciò che suona ancora una volta come un ostacolo al dialogo con la religione ebraica. Ad impedire la possibilità di un dibattito costruttivo e sincero tra le due fedi rimane - come nota ancora lo studioso, citando alcune righe del libro scritto da Giovanni Paolo II "Varcare le soglie della speranza" - l'aspettativa cristiana che l'Antica Alleanza possa un giorno riconoscersi in quella Nuova. Ma l'incontro e il confronto fra le due fedi è ulteriormente complicato, sottolinea il prof. Levi, da alcuni dogmi della fede cristiana vissuti dall'ebraismo come idolatri: la Trinità [1] rispetto all'idea ebraica monoteistica, Gesù Figlio di D-o e Messia (concetto eretico per la religione ebraica), e Maria madre di D-o che rimane vergine. Questo apparato dogmatico, che crea una "crisi monoteista nella coscienza ebraica" porta come conseguenze nella dottrina cristiana l'adorazione [2] delle immagini, l'abolizione della circoncisione, dello Shabbath, della Legge e la concretizzazione dell'idea che la croce possa portare alla salvezza. In una parola, il prof. Levi vede il cristianesimo come una religione che la dottrina ebraica può definire "un insieme di dogmi coerenti fra loro, non idolatra per gli altri, ma incompatibile culturalmente con la mentalità ebraica".

Alle difficoltà ma anche alla possibilità del dialogo ha fatto nuovamente riferimento Rav Shalom Bahbout nel suo discorso: "Il cristianesimo e il dialogo nella halachà", spiegando che i maestri ashkenaziti del XII, XIII e XIV secolo vissuti in Francia e in Germania non vedevano la religione cristiana come culto estraneo, ma la interpretavano come non puramente monoteista. Tuttavia l'atteggiamento dei dotti ashkenaziti, ha rilevato Rav Bahbout, tendeva ad essere conciliante proprio perché gli ebrei si trovavano a vivere a stretto contatto con i cristiani e a lavorare con loro.

Secondo il prof. Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, per comprendere a fondo gli scontri che hanno caratterizzato i rapporti fra ebraismo e cristianesimo bisogna partire dalle origini e, pur non negando l'ebraicità di Gesù, porre l'attenzione su quegli aspetti che fin dall'inizio hanno contrapposto il suo insegnamento alla religione ebraica. Punto fondamentale di differenziazione è, secondo il prof. Luzzatto, il destinatario: "mentre l'ebraismo colloca lo studio, il Talmud Torah, al centro del proprio modo di essere, diffida dell'incolto, non lo caccia ma lo vuole coltivare ed esige da lui uno sforzo; al contrario Gesù accoglie i 'poveri di spirito',[3] ne fa il suo gregge, e il linguaggio più semplice si viene a trasformare in programma". Anche se esistono vari punti in comune fra ebraismo e cristianesimo (i Salmi, alcune formule di preghiere tradotte dall'ebraico, la sacralizzazione del giorno festivo e la figura comune del Messia figlio di Davide), alcuni concetti religiosi (come la salvezza e il rapporto tra fede ed opere) vengono interpretati dalle due dottrine in maniera completamente diversa. "Pur essendo più facile non affrontare queste difficoltà o differenze ed evitare il dialogo - ha sottolineato Luzzatto - ritengo che le due parti debbano discutere e spiegarsi.

Ma nei contatti permangono alcuni aspetti della vita e della storia della Chiesa, quali il silenzio di Pio XII e la proposta di beatificazione di Pio IX, che risultano dei macigni sulla strada intrapresa: per amore del dialogo non possiamo evitare di dire quello che pensiamo".

Tratto da "Shalom" 3/2000

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Note a cura della Redazione di LnR
[1] Sulla Trinità, senza entrare in sottili esposizioni teologiche, vorremmo semplicemente ricordare la suggestiva immagine di uno dei Padri della Chiesa: Gregorio di Nazanzio: "la figura di un lume e tre braccia, che emanano esattamente la stessa luce."
[2]
Sul termine adorazione può notarsi un fraintendimento: i cristiani non adorano le immagini, ma Colui a cui esse rinviano; e l'adorazione è riservata unicamente al Signore. Quanto ai Santi (spesso raffigurati in immagini), fratelli nella fede, la vita di ognuno dei quali è una peculiare configurazione alla Persona del Signore Gesù, e anche quanto a Maria di Nazareth, Madre del Signore, non può mai parlarsi di adorazione; semmai di venerazione. Solo un falso devozionismo, derivato dalla non sempre autentica penetrazione del cristianesimo nei vari contesti storici, può aver provocato l'impressione sottolineata dal Prof. Levi e da molti condivisa.
[3] Nessun cristiano autentico, nel riferirsi ai 'poveri in spirito', pensa agli incolti; ma piuttosto a coloro che si riconoscono bisognosi della Grazia di Dio. In ogni caso, quante persone semplici, illetterate, che potremmo definire "i piccoli del Regno", rivelano mondi interiori ricchi di Sapienza e Intelligenza, doni dello Spirito che "soffia dove vuole"? Inoltre la celebrazione Eucaristica, la Liturgia delle Ore, la Lectio - Meditatio - Contemplatio - Oratio della Parola perché diventi vita (..."faremo e ascolteremo" (Es 24,7), irrinunciabili nel Cammino di fede, possono essere considerate un concreto parallelismo con lo studio amoroso della Torah. 

È per questo che il confronto e il dialogo possono servire a fare chiarezza ed è bello e gioioso ascoltarsi a vicenda, custodendo ciò che è proprio della reciproca identità, che spesso viene arricchita e meglio delineata proprio da quest'ascolto; identità che potremmo definire anche "vocazione" nel rispetto di quella dell'altro...