Considerazioni del Rabbino Capo di Torino dopo il recente: 
Sabato in sinagoga per pregare insieme



Ricordo un Bar Mitzwah alcuni Sabati fa nella mia Comunità. Quando entrai nel Bet ha-Kenesset per Shachrit trovai, accanto ai soliti tre o quattro correligionari puntuali, una quindicina di volti nuovi, non meno spaesati nel vedere me di quanto lo fossi io nel vedere loro. Nell'imminenza del primo Qaddish mi arrestai e mi guardai intorno imbarazzato, alla ricerca improbabile di Minyàn (1). Dovette accorgersi della situazione il padre del festeggiato, che si affrettò a porgere un Tallit a due dei suoi invitati, familiari giunti da Israele, per renderli facilmente distinguibili da tutti gli altri, che evidentemente ebrei non erano.

L'ultimo Shabbat anche noi abbiamo accolto l'apprezzata iniziativa di Gad Lerner, naturalmente. Ma con il dovuto senso critico, nella più pura tradizione torinese. Anziché ammettere il numeroso pubblico non ebraico alla Tefillah del mattino, lo abbiamo "convogliato" verso un'apposita cerimonia a Motzaè Shabbat, con lettura di Tehillim per le vittime degli attentati. I giornali dell'indomani hanno parlato di cinquecento presenze.

La decisione, che io mi sono limitato ad approvare, è stata saggia. La sera prima eravamo in nove per la Qabbalat Shabbat. Ma questo gli stessi Ebrei Torinesi non lo sanno: semplicemente perché non c'erano. Da Rabbino non posso perciò che complimentarmi per la proposta lerneriana. Se da un lato essa ha messo a dura prova gli apparati di sicurezza delle nostre Comunità, di fronte al massiccio afflusso incontrollabile di "esterni", d'altro lato ha permesso a tanti Ebrei tiepidi di scoprire l'esistenza di funzioni sinagogali anche al di fuori delle grandi solennità.

Peccato che passata l'onda d'urto dell'emozione tutto tornerà presumibilmente come prima. I non ebrei, nonostante le migliori intenzioni di alcuni politici a caccia di voti, resteranno ahimè in balia dell'opinione pubblica e di miti mai cancellati. E noi, pochi ebrei "osservanti", ci riabitueremo a vedere tanti posti vuoti in Sinagoga. Ma questo non interesserà ormai a nessuno. I giornalisti hanno ormai assolto il loro compito.

Rav Alberto Moshe Somekh
Rabbino Capo di Torino
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Tratto da Kolòt - Voci (Kesher Le Newsletter Morasha.it 24 novembre 2003

(1) Nota della Redazione LnR
I maschi che hanno raggiunto la maggiore età religiosa (13 anni) con il bar mitzvàh fanno per tradizione parte del minyàn, quorum di dieci adulti necessario perché sia possibile la celebrazione di alcune parti della liturgia (può venire accolto come decimo membro anche un ragazzo prossimo al suo bar mitzvàh che tenga in mano un rotolo della Toràh). 
Dal testo di Artur Green: "Queste sono le parole". Giuntina, Firenze 2002, apprendiamo che durante l'ultimo trentennio quasi tutte le comunità ebraiche non ortodosse hanno iniziato a includere le donne nel quorum necessario per un minyàn. Quest'innovazione ha comportato controversie con il movimento conservatore, ma le forze del cambiamento sembrano aver vinto la battaglia.

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