Il manoscritto impubblicabile: 
"De l’origine des dogmes chrétiens"

Marco MORSELLI

  1. Strano destino ebbe il manoscritto di oltre mille pagine in-folio che il quarantenne Benamozegh spedì a Parigi nel 1863. Il testo, intitolato Essai sur l’Origine des Dogmes et de la Morale du Christianisme, si componeva di tre parti. La "Parte terza" venne premiata dall’"Alliance Israèlite Universelle", pubblicata nel 1867 con il titolo Morale juive et morale chrétienne e da allora tradotta in più lingue e più volte ristampata, le prime due parti sono tuttora inedite.

    Continua forse a pesare su di loro il giudizio formulato dalla Commissione esaminatrice dell’"Alliance"? "La scienza moderna si impegni pure sempre più arditamente nella grande polemica sulle origini del Cristianesimo; niente di meglio. Ma l’"Alliance" deve rimanere estranea a questa lotta dalla quale deriverà l’avvenire della società civile; a lei basta provocare fecondi confronti, senza voler autorizzare col suo nome affermazioni temerarie che cambierebbero la natura della nostra istituzione e di un concorso che deve restare pacifico farebbero uno strumento di guerra".

    È ancora valido tale giudizio? Oppure, al di là di alcune espressioni polemiche, L’origine des dogmes chrétiens costituisce un importante contributo al dialogo ebraico-cristiano? E, in questo caso, in che cosa propriamente consiste tale contributo?

  2. Le due parti inedite si compongono ciascuna di otto capitoli. La "Parte prima" tratta delle origini del cristianesimo, la "Parte seconda" si occupa delle tre "persone" della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.

    "Quando si volge lo sguardo all’Israele del I secolo e si considera l’ebraismo popolare, il semplice austero monoteismo da molti considerato come l’autentico ebraismo ci si chiede con stupore quale sia il legame con il cristianesimo del Verbo, della Trinità, dell’Incarnazione, che sembra esserne la più grande, solenne, eclatante negazione" (I,1).

    Già David Friedrich Strauss aveva ricercato non solo nell’ebraismo biblico, ma anche in quello rabbinico i primi elementi che composero il cristianesimo evangelico e Eugène Haag aveva sottolineato la necessità di "studiare innanzi tutto le idee che avevano corso in Giudea al tempo della venuta del Messia, per avere un’intelligenza esatta delle dottrine cristiane".

    Ora, Benamozegh riteneva che la Torah orale avesse avuto origine anch’essa dal Sinai come la Torah scritta e che fosse giunta a noi attraverso una catena ininterrotta, in un insegnamento in primo luogo orale, da bocca a orecchio, e anche in tutti i libri che furono scritti dopo la morte di Mosheh dai custodi della Tradizione. Anzi, egli riteneva che la Torah orale fosse la madre della Torah scritta.

    Tutti i tentativi di dimostrare la derivazione del cristianesimo dall’ebraismo sono falliti, secondo Benamozegh, in quanto si è restati nella sfera dell’ebraismo monoteistico popolare: "Proprio per non aver ipotizzato l’esistenza di quelle fonti nascoste dalle quali scaturirono in Giudea quei dogmi straordinari che si stagliavano vivacemente sullo sfondo ebraico, i critici indipendenti si sono fuorviati nella ricerca delle loro origini, le apparenze fallaci del monoteismo ebraico essendo veramente fatte per depistarli" (I,1).

    Si è allora considerato propriamente ebraico il solo monoteismo, e avente un’origine platonica, neo-platonica o comunque paganeggiante tutto il resto: "Da qui l’antico rimprovero di Celso contro Gesù, di aver copiato le dottrine platoniche, il giudizio di Amelio che vedeva nel Verbo di Giovanni il Logos di Platone, e l’opinione dei sociniani che, ostinandosi come Le Clerc e Mosheim, a spogliare il cristianesimo di tutto ciò che gli è proprio, come il Verbo e la Trinità, vi scorgono solo dogmi della filosofia platonica trasferitisi nel cristianesimo attraverso i Padri platonizzanti" (I,1).

    Non che il paganesimo non abbia esercitato una profonda influenza sul cristianesimo, anzi, vi ha apportato profonde alterazioni. Ma questo non sarebbe stato possibile se non vi fossero stati nella religione madre dei germi preesistenti.

  3. Il cristianesimo è dunque nato in un ambiente essenico-farisaico. Il legame che unisce Gesù e i suoi primi discepoli all’essenismo li unisce allo stesso tempo anche al Talmud e alla Qabbalah.

    "Non vi è alcunché di nascosto che non sarà manifestato, niente di segreto che non verrà alla luce. Chi ha orecchie per intendere, intenda!" (Mc 4,22 e passi paralleli). Commentando questo versetto, e affiancandolo ad altri dello stesso tenore, Benamozegh scrive: "È soprattutto presso i cabbalisti che le parole di Marco trovano una giustificazione quasi letterale, perché è uno dei loro tratti caratteristici il vedere nei tempi messianici i tempi più appropriati, i tempi esclusivamente predestinati alla più grande diffusione delle dottrine cabbalistiche, fino al punto di dichiarare che non vi sarà un secolo come quello di R. Shimon bar Yochay fino ai tempi del Messia, quando la scienza si risveglierà nel mondo (Zohar, III,58), fino a vedere in ogni sensibile diffusione di tali dottrine un segno della prossima redenzione (Benamozegh qui rinvia all’Introduzione di R. Isaac Delitas allo Zohar pubblicato a Livorno nel 1851), fino a dichiarare che lo Zohar aprirà la strada al Messia" (I,6).

    Ritenendo incominciati con lui i giorni del Messia, è del tutto naturale che Gesù abbia voluto diffondere la scienza, la buona scienza, almeno nei suoi tratti fondamentali: "Tuttavia, man mano che il cristianesimo aspirava a un’esistenza separata, che proiettava la sua azione al di fuori, che mirava a divenire popolare, le dottrine più complesse, le più astruse, le più complicate dovettero sembrare le meno adatte a convertirsi in religione; si sentì il bisogno di rinchiudersi in certe idee, in certe formule più semplici, più accessibili alle moltitudini, che toccassero più da vicino il Messia, il grande perno della nuova fede, scartando tutto il resto come inutile dapprima, e in seguito come pericoloso" (I,5).

       Ciò che venne escluso diede vita allo gnosticismo: la gnosi era inizialmente la parte acroamatica [*] del cristianesimo: "Finché non ruppe con l’ebraismo, la gnosi restò come dottrina acroamatica, come Qabbalah del cristianesimo; quando si operò il divorzio, allora anche lo gnosticismo venne quasi del tutto abbandonato e dichiarato eretico" (I,5).

    Anche in questa ricostruzione fondamentale è il ruolo svolto dall’apostolo delle genti, Paolo: "Il cristianesimo quale Paolo lo andava forgiando, benché derivato dalla Qabbalah, benché basato sulla dottrina delle emanazioni, benché di una di esse abbia fatto il suo Dio Messia, benché di un’altra ne abbia fatto il suo Spirito e benché vedesse al di sopra di loro l’emanazione superiore, il Padre, non voleva tuttavia saperne di tutte le altre emanazioni superiori, inferiori, collaterali, generatrici o generate, delle triadi, delle decadi che si dividono e suddividono all’infinito, di quegli ordini, di quei modi che la Qabbalah moltiplica in tutti i gradi dell’essere, di quella pienezza della divinità che la gnosi cabbalistica voleva mantenere intatta per l’integrità della scienza e della fede" (I,8).

    Contro i deisti, Benamozegh riconosce l’esistenza già nei Vangeli di una distinzione in Dio che viene chiamata Padre, Figlio, Spirito Santo, ma ritiene che essi non siano "persone", ma "una parte di una serie di emanazioni (le Sefirot) che vengono indicate in modo indiretto o nascoste all’ombra del mistero" (II,1).

    Quali delle dieci Sefirot hanno dato origine alla Trinità cristiana? Benamozegh prende in esame la triade formata dalle prime tre (Keter, Chokhmah, Binah), la quale ha però rivaleggiato con un’altra triade costituita da Chokhmah, Tiferet, Malkhut: "Se si pensa che queste due triadi, che i cabbalisti hanno mantenuto sempre separate, rappresentano l’una il santo, il soprannaturale, l’eternità, il divino, l’altra la verità, la natura, il tempo, l’ideale, si comprenderà l’estrema gravità di tale confusione e quali conseguenze abbia prodotto sia nella teoria che nella pratica" (II,1).

  4. Non seguiremo le analisi volte a illustrare la "sorprendente conformità di espressioni tra la Qabbalah e il cristianesimo". Ci limitiamo a segnalare l’intuizione, la "luce tanto bella quanto inattesa" (II,3) che illuminerebbe la storia dei dogmi cristiani e che per Benamozegh consentirebbe di dirimere la questione del filioque (ossia l’unica divergenza dogmatica esistente tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa), di comprendere la distinzione tra la generazione (del Figlio) e la processione (dello Spirito) e che potrebbe anche aprire nuove prospettive sulla mariologia.

    Vorremmo invece riflettere brevemente, in conclusione, sul senso dell’impresa che Benamozegh decideva di intraprendere scrivendo quest’opera. Significativo è già il motto scelto come epigrafe: "È tempo di operare per il Signore" (Sal 119,126).

    Decidendo di intraprendere un’analisi cabbalistica della dogmatica cristiana, Benamozegh era consapevole di affrontare un discorso pericoloso, ma, come avrebbe scritto nella Théosophie del 1897, accanto al pericolo vi è la speranza: "Nello stesso cristianesimo vi furono degli apologisti che appoggiarono il loro dogmatismo sulla Qabbalah, e questo è tanto vero che nell’ebraismo questa teologia è stata screditata come pericolosa. Crediamo al contrario che accanto al pericolo molto reale vi è la speranza. Allo stesso modo in cui gli ebrei fondatori del cristianesimo sono passati di là, a nostro avviso, nel fondarlo, niente di più naturale che altri ebrei vi passino a loro volta, e quest’ultimo passaggio prova il primo; ma è come un ponte gettato sull’abisso, sul quale si può passare, ma anche ritornare".

    Benamozegh riteneva possibile una riforma della cristianità attraverso un vero e proprio percorso di teshuvah, compiuto il quale "il cristianesimo cambierà completamente fisionomia, si spoglierà di tutto ciò che ha di contrario all’ebraismo, deporrà le sue vesti prese in prestito, i brandelli di paganesimo, che lo hanno reso irriconoscibile ai suoi genitori, che lo fecero espellere dalla casa paterna, che produssero e perpetuarono il divorzio, l’inimicizia, la lotta fratricida tra ebraismo e cristianesimo, di cui il mondo piange ancora oggi" (II,4).

    Il 18 giugno 1863 l’"Alliance" giudicava l’opera di Benamozegh uno strumento di guerra; l’8 dicembre 1864 Pio IX promulgava il Sillabo. I tempi non erano maturi.

    Nell’epoca del dialogo, ebrei e cristiani sono alla ricerca di modelli teorici che rendano possibile il loro reciproco riconoscimento. All’insegnamento del disprezzo si sta contrapponendo un insegnamento della stima, alla teologia della sostituzione si contrappone la coscienza della permanente vocazione d’Israele ("la prima alleanza non è mai stata revocata").

    In questo nuovo contesto, crediamo, la voce di Benamozegh potrà essere ascoltata.


[*] Di dottrina che si trasmette oralmente; termine usato in riferimento all'antichità greca, per indicare i trattati didattici (spesso opere esoteriche) risultanti dalle lezioni del maestro, in particolare quelli riservati da Aristotele ai suoi allievi, in contrapposizione agli scritti essoterici diretti a un vasto pubblico.

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