Terrasanta, giovani sui passi della pace
Gianni Santamaria, su "Avvenire del 19 e 24 agosto 2004

Al via il pellegrinaggio Cei sui Luoghi di Gesù. Trenta delegati «under 30» con una precisa volontà di progettazione: aiutare le comunità cristiane a risorgere dopo i dolorosi esodi segnati dalla morte e dalla sofferenza.

23 agosto: Passi di pace a Hebron nel nome di Abramo

Un pellegrinaggio sì ai Luoghi Santi, ma soprattutto alle «pietre vive» che sono le comunità cristiane di Terra Santa. Ha lo scopo di far conoscere ai giovani italiani la realtà difficile in cui vivono tali comunità e i coetanei che ne fanno parte, il pellegrinaggio della Cei che parte oggi da Roma e vi farà ritorno il 28 di agosto. Zaino in spalla e Bibbia a portata di mano ci si muoverà «con una volontà di progettazione per la Terra Santa. 

La novità di quest'anno consiste, infatti, nel lanciare ai giovani l'input di lavorare per questo scopo, non solo raccogliendo soldi, ma portando avanti iniziative che aiutino in loco i giovani e le comunità cristiane a risorgere. E a pensare un'alternativa al turismo, che era diventata l'unica risorsa», spiega don Alessandro Amapani, vicedirettore del Servizio nazionale di pastorale giovanile, ufficio Cei che anche quest'anno come negli scorsi organizza il pellegrinaggio delle nuove generazioni ai luoghi di Gesù segnati da sofferenze e dal doloroso esodo di tanti cristiani che non reggono di fronte alla flessione del turismo, loro principale fonte di sostentemento. 

Ma, appunto, lo stile del cammino dei prossimi giorni è mosso da una consapevolezza nuova: spiritualità, certamente, ma con uno sguardo più prospettico e a 360 gradi sulla realtà di quella zona mediorientale. Ne è la prova il fatto che l'iniziativa, denominata «I nostri passi sulla via della pace», quest'anno viene realizzata in sinergia con l'Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese, con quello per i problemi sociali e il lavoro e con la Caritas.

Alle quattro espressioni ecclesiali sono legati gli ottanta pellegrini «under 30», di tutta Italia, che hanno risposto all'appello delle loro delegazioni regionali. Non sono, dunque, convocazioni frutto del caso o dell'entusiasmo momentaneo per una bella esperienza. Anzi, l'impegno è forte. «Questi giovani saranno, infatti, i referenti di progetti di collaborazione con la Terra Santa», prosegue Ama pani. Realtà che non sono già delineate a priori, ma si definiranno proprio durante e dopo il viaggio. «Non si tratterà solo di una visita ai Luoghi Santi, quanto alle «pietre vive» delle comunità. Così i giovani potranno conoscere e intrecciare delle relazioni significative con i giovani di Terra Santa», conclude il sacerdote.

Ne avranno occasione in particolari momenti del programma, quando la delegazione sarà ospite delle famiglie di Haifa, delle comunità di Gerico e Betlemme, e soprattutto, mercoledì prossimo, nell'incontro con gli universitari e con gli scout della città della Natività. Tanti i momenti che saranno trascorsi con personalità religiose cattoliche - dal patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, al suo ausiliare per Israele, Giacinto Boulos Marcuzzo, a padre Ibrahim Faltas, francescano, custode della basilica della Natività di Betlemme, ma soprattutto con le opere di apostolato che vengono portate avanti: centri educativi, parrocchie, ospedali. Dall'istituto Mar Elias di Ibilline, alla scuola delle Carmelitane di Haifa, fino all'orfanotrofio di suor Sophie a Betlemme i giovani toccheranno con mano i tanti volti di una carità che non guarda a status sociale, colore della pelle, religione. (1)

Alcuni incontri saranno dedicati alla conoscenza dell'islam e dell'ebraismo. Il dialogo tra le diverse denominazioni cristiane presenti a Gerusalemme sarà approfondito con la visita al centro ecumenico Sabeel. Ampio spazio poi alla preghiera presso i principali luoghi cristiani: Nazareth, lago di Tiberiade, Tabor, monte Carmelo, Santo Sepolcro, basilica della Natività, e infine monte degli Olivi, Cenacolo e Getsemani.

I giovani italiani alla tomba dei Patriarchi venerata (in zone diverse) da ebrei e musulmani                                                                                      torna su

Spianate deserte, controlli militari continui, alcuni edifici cadenti, altri semplicemente abbandonati con il chiavistello ancora chiuso. A un angolo un'insegna promette Vienna Shoes, ma è arrugginita e accanto al nome del proprietario porta un numero di telefono a tre cifre, chissà di quando. Agli ottanta giovani del pellegrinaggio Cei «I nostri passi sulla via della pace» la Città Vecchia di Hebron offre un'immagine da set abbandonato di un film. È un fatto più unico che raro l'arrivo qui di gruppi di pellegrini. Eppure è proprio il luogo dove sono custodite le tombe dei Patriarchi delle tre religioni monoteiste, primi tra tutti Abramo e Sara. Poco lontano avvenne l'episodio dei misteriosi tre visitatori alle querce di Mamre. Entrati grazie a un intenso lavoro diplomatico dall'insediamento israeliano di Kiriat Arba, i giovani italiani hanno portato davvero i loro passi al cuore del conflitto israelo-palestinese.

Qui a presidiare il luogo sacro ci sono meno di un migliaio di israeliani, tra soldati e coloni. Che controllano circa 120mila palestinesi. La località, che l'accordo del 1995 ha spartito tra l'Autorità Palestinese e un gruppo di insediamenti sotto il controllo israeliano, è stata militarmente rioccupata dall'esercito dello Stato ebraico dopo il 2000. Superato il giallo cancello scorrevole, presidiato da uomini in divisa, che delimita questa sorta di enclave a sud di Gerusalemme, i pellegrini di pace superano un primo, morbido, posto di blocco; poi ancora un check-point, passato il quale gli uomini indossano la kippah per entrare nella parte adibita a sinagoga. Prima del 1994, quando un colono ebreo fece irruzione nella moschea uccidendo una trentina di persone, tutti pregavano nello stesso posto. Ora invece anche i Patriarchi sono divisi: Abramo e Sara nel mezzo (le loro tombe si possono vedere da entrambe le parti attraverso verdi grate), Giacobbe e Lia nella parte ebraica, Isacco e Rebecca in quella musulmana. I giovani hanno visitato il lu ogo sacro ai figli di Israele, mentre nella prima sala alcuni pii ebrei erano intenti a discutere e all'interno altri pregavano nel loro modo caratteristico, ondeggiando le braccia avanti e indietro e intonando melodie.

Usciti, dopo un ampio giro, e altri tre check-point nei quali pazientemente passare il metal detector, ecco i tappeti della moschea accogliere i 160 piedi scalzi. Per le ragazze una lunga tunica marrone con il cappuccio a punta a coprirle dai capelli fino ai piedi. La fornisce la guida, un anziano signore che introduce il gruppo alle ricchezze storiche della moschea dai bei colori pastello, iniziando dalla parte delle donne, dove qualche bimbo saluta gli inattesi visitatori. Ce ne saranno altri sulla strada principale a far festa. Strade strette e vicoletti, dove non c'è più quasi nessuno. Reti sostengono a mezz'aria la spazzatura che i coloni dall'alto gettano sulla strada. Poche centinaia di metri e si arriva a un polveroso slargo tra edifici diroccati, guardato da una camionetta israeliana. Il gruppo ritorna al pullman e se ne va. Sul balcone di una casa spunta un bimbo con un aquilone. È stata una fatica, ma ne è valsa la pena: si è visto un pezzo della realtà in cui questi popoli vivono. E questi giovani italiani hanno provato a gettare un seme di pace.

Per alcuni non è la prima volta. Giulia Ceccarelli, ad esempio: ha solo 19 anni ma ha già una lunga esperienza missionaria. Nel Mozambico che da oltre dieci anni è in pace. Ci è approdata ragazzina con papà, mamma e due sacerdoti del Centro fraternità missionaria di Piombino, condividendo la vita quotidiana della gente di Manhica. «Lì le ferite ci sono ancora, ma c'è più speranza di quella che mi pare di vedere qui», commenta. Stesso continente, ma situazione ancora calda. Dall'Eritrea viene Andrea Murru, 20 anni, che con il Centro missionario della diocesi di Bergamo vi ha lavorato per un mese. Due giorni dopo era sul volo per Tel Aviv. «In Eritrea vedi maggiormente il volto dei poveri. Qui c'è il travaglio della fede in mancanza di pace». Per Simone Perini, 27 anni, di Latina, l'attesa della ripartenza è stata più lunga: due settimane. L'obiettore era di ritorno da un anno Casco Bianco (progetto Caritas) in Guatemala dove il laureando in letteratura ispanoamericana ha condotto interviste per il processo di riconciliazione. «Nonostante 36 anni di guerra civile, nel Paese centroamericano c'è speranza. Gli accordi di pace del 1996, però, non hanno cancellato le ingiustizie, causa del conflitto. Come diceva La Pira, la Terra Santa è speciale, è un laboratorio di convivenza tra popoli e religioni. Se avrà pace ci sarà in tutto il mondo».

«In genere vado in Chiese sofferenti, mentre ora sono nella sofferenza della Chiesa madre». Così Chiara Dal Covolo, insegnante di 27 anni veronese, esperienze in Guinea Bissau, che fa parte del Centro diocesano per la pastorale giovanile, operando in sinergia con l'Ufficio missionario e la Migrantes scaligera. Idee chiare ha anche per chi fa animazione missionaria in Italia Come Oscar Improta, 19 anni, animatore a Napoli del Movimento giovanile missionario (Pom): «Sono qui per conoscere la situazione e comprendere culture differenti».

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 (1) Ci lascia perplessi che gli unici interlocutori citati siano tra coloro che, nell'evolversi dei tragici eventi degli ultimi anni, hanno mostrato di essere sensibili soprattutto alle ragioni di una sola delle parti in causa. Si tratta di un atteggiamento che dovrebbe essere estraneo a dei cristiani. A nostro avviso invece i cristiani devono tendere a vedere le ragioni presenti sia nell'una che nell'altra parte. Non mancano infatti voci e esperienze che testimoniano una maggiore obiettività, che deriva da una risposta ad eventi concreti e passa sempre attraverso la ricerca - pur difficile - del dialogo e dell'impegno per costruire insieme una realtà "altra".  Un esempio tra i tanti: Samar Sahhar e Angelica Calò Livnè. (NdR)

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