A proposito della richiesta di perdono della Chiesa cattolica agli Ebrei 
     Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, Direttore del Collegio Rabbinico Italiano

 



Nessuno può sostituirsi alle responsabilità di chi ha commesso un'offesa. Il rischio di nascondere con un velo pietoso l'enormità dei delitti compiuti per secoli. Autocritica, non autoassoluzione

In questi giorni la Chiesa cattolica, sia a livelli locali (come nell'episcopato francese) che in Vaticano, ha sollevato con clamorose iniziative il tema della responsabilità cristiana nelle persecuzione degli ebrei, e con questo la necessità di rivedere i comportamenti del passato; in queste occasioni si è ripetutamente parlato di una richiesta di perdono dei cattolici agli ebrei. 

Davanti a questi problemi è importante valutare quale possa esser la reazione ebraica, e in particolare quali siano le riflessioni religiose e teologiche che possano indirizzare il comportamento degli ebrei in queste circostanze.

Sul tema del perdono nell'ebraismo, e sulla capacità ebraica di perdonare, ciò che in generale si conosce è una serie di informazioni distorte e calunniose, che sono proprio la conseguenza diretta di una campagna antica e sistematica contro l'ebraismo, condotta fin dalle origini dalle Chiese contro l'ebraismo; secondo questa immagine distorta, l'ebraismo sarebbe una religione basata unicamente sulla giustizia, a differenza del cristianesimo, basato tutto sull'amore. In realtà entrambe le religioni, sia pure con determinate differenze, hanno una concezione teologica nella quale entrambi gli aspetti, quello della giustizia e quello dell'amore sono presenti e praticamente indissociabili.

Secondo l'ebraismo l'umanità non potrebbe sopravvivere senza la clemenza e la misericordia divina, che riconosce le debolezze dell'uomo, ne cancella le colpe e gli concede la possibilità di ritornare sui passi sbagliati e costruire una nuova esistenza. Dio non desidera la morte del malvagio ma il suo pentimento, affinché viva in modo migliore.

Da queste premesse deriva un'intera costruzione teologica, che esamina i molteplici aspetti del problema. Le azioni dell'uomo hanno implicazioni su vari piani, come il rapporto con Dio, con gli altri uomini, con la natura. 

Quando si commette un'azione scorretta bisogna ripararla, cercando di eliminare le conseguenze negative in tutte le direzioni. Ad esempio, nel calendario ebraico esiste, come è noto, un giorno speciale, il Kippùr, che è destinato all'espiazione delle colpe commesse nei confronti di Dio; ma i reati commessi ai danni di altri uomini non sono perdonati a Kippùr, devono essere perdonati dagli offesi, e proprio per questo motivo è obbligo nei giorni che precedono il Kippùr recarsi a chiedere scusa a chi è stato danneggiato e offeso. E d'altra parte l'offeso ha un preciso obbligo di perdonare, così come viene insegnato che Dio perdona le colpe commesse nei suoi confronti.

Il ragionamento su questi principi mette in evidenza alcuni concetti che, per quanto siano ovvii ed essenziali, nella prassi comune rischiano di essere dimenticati. Ne possiamo considerare almeno tre. Il primo riguarda lo stretto rapporto esistente tra chi commette un reato e chi è stato offeso. È il colpevole che deve chiedere scusa e l'offeso che deve scusare. 

Nessuno può assumersi il compito di chiedere scusa o di perdonare per altri. Il secondo principio è che la richiesta di scusa non ha senso se non c'è una coscienza della gravità del reato, e un'intenzione precisa da parte del colpevole di non commetterlo più; il pentimento vero si riconosce quando il colpevole, messo un'altra volta nelle circostanze identiche che avevano prodotto il reato, riesce a trattenersi e a non ripeterlo. Il terzo principio è che ogni azione ha diverse conseguenze, sia sul piano morale, che su quello penale, che su quello civile ed economico, e che ognuna di queste conseguenze deve avere la sua riparazione.

Chi diffama una persona, non solo deve chiedergli scusa, ma deve riparare con azioni opposte e conseguenze efficaci il danno provocato; chi ruba non solo deve ristabilire un rapporto psicologico positivo con chi ha danneggiato, ma deve restituire il maltolto. Per molti altri reati la riparazione non è possibile, e la legge indica la sanzione necessaria per sanare, su piani di equità, il danno inferto al singolo e alla società, e per impedire ad altri, con il timore della sanzione, la ripetizione del reato.

Trasferendo questi concetti generali al problema del perdono della Chiesa agli ebrei, emergono alcune problematiche. 

Per quanto riguarda il passato, c'è da rilevare l'assenza di coloro che sono stati maggiormente offesi, tutti coloro che nel corso dei secoli sono stati perseguitati, umiliati, torturati, uccisi, perseguitati anche dopo la morte. Nessuno oggi, anche se discendente diretto, ha il diritto di cancellare con il perdono ciò che è stato fatto ad altri. E anche dalla parte di chi ha offeso, i persecutori dei secoli scorsi non ci sono più; e coloro che oggi presiedono le stesse istituzioni non possono parlare a nome dei predecessori; il passato non si può cancellare, ciò che è stato è stato, e deve servire di monito per il futuro.

Per quanto riguarda questo secolo, bisogna fare un'ulteriore distinzione: non si può dimenticare che non pochi dei "persecutori", coloro che condividono e trasmettono le tradizionali dottrine di opposizione cristiana all'ebraismo sono ancora vivi e attivi. E non è la loro voce che si ascolta in questi giorni, quanto quella di altri, innocenti o pentiti, che condividono la loro fede, e che giustamente si vergognano di loro.

In questi termini parlare di perdono è fuorviante. Non si possono confondere due diverse realtà. Una è l'intenzione viva e sincera di costruire un nuovo rapporto con l'ebraismo, eliminando o rivedendo nella tradizione cristiana tutti gli insegnamenti aggressivi antiebraici; ed è un dato estremamente positivo, che merita tutta l'attenzione e il sostegno. L'altra è la pretesa di chiamare tutto questo con il nome di "perdono", come se ciò potesse essere chiesto o concesso, e con il rischio di nascondere con un velo pietoso l'enormità dei delitti compiuti per secoli, con determinazione perversa e recidiva; questa del "perdono" sarebbe sono una ipocrita liturgia, offensiva per tutti. La richiesta di "perdono" può partire solo da responsabili viventi, pentiti, ed essere diretta a coloro che sono stati da loro offesi; le possibilità che questo si verifichi sono estremamente ridotte.

Una volta chiarito che non di perdono bisogna parlare, se non in casi del tutto particolari, bisogna anche indicare gli altri aspetti del problema, che rischiano di restare insoluti, sotto la cortina liturgica delle cerimonie di perdono. Il processo di revisione oggi avviato con notevole fervore va condotto con rigore e obiettività. 

Anche se c'è molta autocritica, questo può portare all'autoassoluzione, o alla banalizzazione e alla relativizzazione delle azioni commesse, che come ha sottolineato il rabbino Bahbout (nell'intervista all'Unità dell'8.10.97) vanno riconosciute nelle loro realtà, che non è quella di incidenti di percorso, quanto quella di crimini contro l'umanità. Il riconoscimento delle responsabilità non può essere generico, ma deve coinvolgere caso per caso, dalla responsabilità precisa dei singoli leaders (santi, pontefici, dottori della Chiesa), alla individuazione delle vittime (battesimi forzati, famiglie distrutte, beni confiscati ecc.).

Dal punto di vista teologico, inoltre, la dottrina cristiana sull'ebraismo attende ancora una revisione radicale, che gli riconosca un ruolo indipendente e autonomo nella salvezza, e in tal modo lo ponga al riparo da qualsiasi tentativo di evangelizzazione. E infine tutto questo rischia di restare lettera morta se non viene accompagnato da una informazione sistematica e diffusa, in grado di rieducare milioni di fedeli ad un rapporto nuovo e costruttivo con l'ebraismo che continua ad essere presentato, anche ai nostri giorni, con i caratteri negativi (di religione antica e superata, imperfetta perché senza Cristo, formalista ecc.) che la tradizione cristiana gli ha attribuito per secoli.

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Riteniamo utile per i nostri lettori e per esigenza di completezza, richiamare, oltre al link, alcuni punti del Documento Memoria e Ronciliazione - La Chiesa e le colpe del passato, 7 marzo 2000, cui si riferisce lo scritto del Rav Di Segni.
Il documento è molto ricco e complesso, ma i seguenti punti possono già in buona parte rendere ragione dei punti di vista, dell'ermeneutica nonché dei sentimenti e dell'approccio interiore della Chiesa. [La redazione LnR]

  • A conclusione di questa introduzione non sarà inutile richiamare la finalità ultima di ogni possibile atto di 'purificazione della memoria', compiuto dai credenti, perché essa ha ispirato anche il lavoro della Commissione: si tratta della glorificazione di Dio, perché vivere l'obbedienza alla Verità divina ed alle sue esigenze conduce a confessare insieme con le nostre colpe la misericordia e la giustizia eterne del Signore. La 'confessio peccati' - sostenuta e illuminata dalla fede nella Verità che libera e salva ('confessio fidei') - diventa 'confessio laudis' rivolta a Dio, al cui cospetto soltanto è possibile riconoscere le colpe del passato, come quelle del presente, per lasciarci riconciliare da Lui e con Lui in Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo, e divenire capaci di offrire il perdono a quanti ci avessero offeso. Questa offerta di perdono appare particolarmente significativa se si pensa alle tante persecuzioni subite dai cristiani nel corso della storia. In questa prospettiva gli atti compiuti e richiesti dal Papa in rapporto alle colpe del passato presentano un valore esemplare e profetico, tanto per le religioni, quanto per i governi e le nazioni, oltre che per la Chiesa cattolica, che potrà così essere aiutata a vivere in maniera più efficace il grande Giubileo dell'incarnazione come evento di grazia e di riconciliazione per tutti.

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  • Lo stesso Giovanni Paolo II stimola l'approfondimento teologico sul farsi carico di colpe del passato e sull'eventuale domanda di perdono ai contemporanei (26) quando, nell'Esortazione Reconciliatio et paenitentia, afferma che, nel sacramento della penitenza, " il peccatore si trova solo davanti a Dio con la sua colpa, il suo pentimento e la sua fiducia. Nessuno può pentirsi al suo posto o domandare perdono in suo nome ". Il peccato è dunque sempre personale, anche se ferisce la Chiesa intera, che, rappresentata dal sacerdote ministro della penitenza, è mediatrice sacramentale della grazia che riconcilia con Dio.(27) Anche le situazioni di 'peccato sociale' - che si verificano all'interno delle comunità umane quando la giustizia, la libertà e la pace risultano lese - " sono sempre il frutto, l'accumulazione e la concentrazione di peccati personali ". Allorché la responsabilità morale risultasse diluita in cause anonime, non si potrebbe parlare di peccato sociale che per analogia.(28) Ne risulta che l'imputabilità di una colpa non può essere estesa propriamente al di là del gruppo di persone che vi hanno consentito volontariamente, mediante azioni o omissioni, o per negligenza.

  • La Chiesa è una società viva che attraversa i secoli. La sua memoria non è solo costituita dalla tradizione che rimonta agli Apostoli, normativa per la sua fede e la sua stessa vita, ma è anche ricca della varietà delle esperienze storiche, positive o negative, che essa ha vissuto. Il passato della Chiesa struttura in larga parte il suo presente. La tradizione dottrinale, liturgica, canonica, ascetica nutre la vita stessa della comunità credente, offrendole un campionario incomparabile di modelli da imitare. Lungo tutto il pellegrinaggio terreno, però, il grano buono resta sempre inestricabilmente mescolato alla zizzania, la santità si affianca all'infedeltà e al peccato.(29) Ed è così che il ricordo degli scandali del passato può ostacolare la testimonianza della Chiesa d'oggi e il riconoscimento delle colpe compiute dai figli della Chiesa di ieri può favorire il rinnovamento e la riconciliazione nel presente.

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  • - Occorre sottolineare che il destinatario di ogni possibile domanda di perdono è Dio e che eventuali destinatari umani, soprattutto se collettivi, all'interno o fuori della comunità ecclesiale, vanno individuati con opportuno discernimento storico e teologico, sia per compiere convenienti atti di riparazione, che per testimoniare ad essi la buona volontà e l'amore alla verità dei figli della Chiesa. Ciò sarà fatto tanto meglio, quanto più ci sarà dialogo e reciprocità fra le parti in causa in un eventuale cammino di riconciliazione, connesso al riconoscimento delle colpe e al pentimento per esse, senza ignorare che la reciprocità - a volte impossibile a causa delle convinzioni religiose dell'interlocutore - non può essere comunque considerata condizione indispensabile e che la gratuità dell'amore si esprime spesso in una iniziativa unilaterale.

  • - Gli eventuali gesti di riparazione sono legati al riconoscimento di una responsabilità perdurante nel tempo e potranno tanto avere un carattere simbolico-profetico, quanto un valore di effettiva riconciliazione (ad esempio fra i cristiani divisi). Anche nella definizione di questi atti è auspicabile una ricerca comune con gli eventuali destinatari, ascoltando le legittime richieste che essi possano presentare.

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