Una ebrea e una palestinese cristiana vincono il premio per la Pace e vengono candidate al Nobel

ASSISI, lunedì, 5 luglio 2004 - "Il premio per la Pace" di Assisi del 2004, è stato consegnato il 22 maggio, alla vigilia delle celebrazioni per i 750 anni della Basilica di San Francesco, da padre Vincenzo Coli custode della Basilica ad Angelica Edna Calò Livnè e a Samar Sahar, rispettivamente un'israeliana e una palestinese, la cui amicizia è simbolo di una pace che sembra lontana e invece esiste già nei cuori delle persone.
Leggi:  >>Commento di Antonio Socci<<   -   >>Perché il cielo non cada sulla terra<<

A distanza di poche settimane l’associazione "Mille donne per il premio Nobel per la pace 2005” ha lanciato una campagna per candidare l’educatrice e giornalista israeliana Angelica Edna Calò Livnè e la direttrice palestinese di un orfanotrofio Samar Sahar, al Nobel per la Pace

Samar Sahhar, palestinese cristiana, è nata a Gerusalemme Est, ha frequentato l'Università di Betlemme (management), ha seguito corsi in discipline educative in Inghilterra. Nel 1995 ha partecipato al “Colombus International Program” negli USA con un gruppo di palestinesi in missione di pace in Ohio.

Ha ricevuto speciali riconoscimenti per il contributo dato al dialogo tra i due popoli, ed ha dedicato la sua vita a lavorare con i bambini. Ha seguito le orme dei genitori, fondatori della “Jeel-Al-Amal home” di Betania, che è diventata la più grande e più importante istituzione di aiuto all'infanzia in Palestina. Ha fondato anche la “Lazarus Home For Girls”, per aiutare le bambine orfane e le donne in difficoltà ed ha creato a Betania un negozio di fornaio per fare in modo che le donne israeliane e palestinesi potessero fare insieme il pane per la pace.

Angelica Calò Livnè è nata a Roma nel 1955 da un'antica famiglia ebraica e dall'età di 20 anni vive in Israele, in un Kibbuz al confine con il Libano. È coniugata ed ha quattro figli maschi. Nel corso degli anni ha insegnato in scuole multiculturali, in scuole per ragazzi emarginati ed espulsi dal corso normale degli studi; ha insegnato anche all'Università collaborando a progetti miranti a far raccontare agli anziani la loro storia ai giovani.

Si considera un’ “Educatrice alla pace attraverso le arti” e per questo ha dato vita alla Fondazione Bereshit. Ha allestito con il Teatro Comunitario della Galilea (la compagnia teatrale dell’Arcobaleno composta di ragazzi ebrei, cristiani, musulmani, arabi, drusi) uno spettacolo di mimo e danze che racconta cosa passa per la mente di un adolescente che vive in un paese in guerra. Angelica è convinta che l'educazione sia il mezzo più importante per costruire la pace, che Ebrei ed Arabi possono vivere insieme.

Intervistata da ZENIT Angelica ha raccontato: “La ‘Compagnia dell’Arcobaleno’ è parte di una vera e propria ‘strategia di Pace’, un ‘Teatro di cambiamento’ che già influisce sugli attori e sul pubblico che assiste allo spettacolo”.

Com’è nata la “Compagnia dell’Arcobaleno”?

Angelica Calò Livnè: La Compagnia è nata nel Settembre del 2002, a Kerem Ben Zimra, un moshav a 15 km da Sasa, il mio kibbuz, oggi ci sono 28 attori in erba. Sono ragazzi religiosi del moshav Dalton, ragazzi arabi del villaggio di Fassouta e del villaggio di Jish, ragazzi dai villaggi ebraici circostanti, una ragazza cirkassa del villaggio di Rehaniya.

Dopo un percorso doloroso e sofferto, abbiamo allestito uno spettacolo di Teatro-Danza che esprime la tragicità dei momenti che stanno vivendo i due popoli e che dà il senso dell’importanza immediata del dialogo e dell’ incontro.

Molti dei ragazzi erano traumatizzati dagli attentati...

Angelica Calò Livnè: È stato difficile riuscire a far finalmente dire ai ragazzi cosa sentivano veramente. La paura e la rabbia sono due sentimenti da nascondere in Israele. Poi, dopo un esercizio di mimo dove ognuno raccontava un dolore vissuto, una ragazza ha iniziato quasi gridando, un monologo struggente in cui ha raccontato la sua esperienza nell’ultima “vacanza” a Monbasa, in Kenia, con suo padre e i suoi fratellini, quando il meraviglioso albergo in cui si trovava è diventato teatro di morte ed orrore dopo un attentato contro i cittadini israeliani.

Ciò che è seguito è stato un sorta di viaggio attraverso i loro sogni e le loro paure per raggiungere una meta di speranza ed è nato lo spettacolo “Bereshit” - “In Principio”.

Mi ha scritto Nemi di 21 anni: "Quattro dei miei migliori amici sono morti in un attentato". Quando l'ho sentito non volevo più partecipare allo spettacolo Bereshit. Non credevo più a nulla. Non avevo più voglia di nulla. Ma dobbiamo reagire. Dobbiamo continuare a credere in qualcosa. Non possiamo smettere di sognare.

E Sharif Balut, un arabo cristiano di 21 anni: “Vengo al Teatro dell'Arcobaleno perché credo nella pace. Perché credo che si riuscirà a vivere insieme, perché siamo diversi e attraverso i miei amici conosco nuovi mondi. Aspetto questo incontro tutta la settimana perché ‘mi allarga il cuore!’ Danzare, ridere, scherzare e recitare insieme a loro mi reca felicita'!”

E Tamar, 16 anni: “In tutta questa diversità sento che in questo teatro siamo tutti uguali e non ha importanza in cosa crede ognuno di noi o dove vive, perché siamo tutti esseri umani. L'affiatamento tra i ragazzi mi convince ogni volta di più di ciò che molti devono ancora capire, che è possibile che un ebreo e un cristiano avanzino mano nella mano, che religiosi e laici si parlino senza offendersi, e che tutte le creature possano vivere insieme ed amarsi!”

Quale messaggio intende comunicare?

Angelica Calò Livnè: Credo profondamente che il nostro lavoro sia un messaggio di fiducia nell’avvenire, una vittoria del bene, della positività e della luce sul male e sulle tenebre che continuano a calare sul mondo.

       torna su

La giuria ha assegnato il premio di 5.000 euro per la “Libertà e promozione dell’uomo” all’educatrice israeliana Angelica Calò Livné e alla direttrice di orfanotrofio la palestinese Samar Sahhar. La giuria era composta da: Franco Mascia (presidente di Difendiamo il Futuro Sardegna), Mario Mauro (presidente di Difendiamo il Futuro), Giorgio Vittadini (presidente Compagnia delle Opere), Luigi Amicone (direttore Tempi), Antonio Socci (vicedirettore Rai Due), Renato Farina (vicedirettore Libero), Alessandro Maida (Rettore Università di Sassari), Cosimo Filigheddu (inviato La Nuova Sardegna), Antonello Arru (presidente Fondazione Banco di Sardegna), Giampiero Farru (presidente CSV Sardegna Solidale), Roberto Perrone (inviato Corriere della Sera), Ubaldo Casotto (vicedirettore Il Foglio), Pierluigi Battista (inviato La Stampa).

Nella drammatica storia di Abramo - che è alle origini di tutti noi - si legge che il patriarca, davanti alla prospettata distruzione di Sodoma, si lanciò in una vertiginosa trattativa con l’Onnipotente. Fino a ottenere da Lui che la città non fosse distrutta se vi si fossero trovati dieci giusti. Aleksandr Solzenicyn, evocando questo episodio biblico in un suo racconto, La casa di Matriona, conclude che proprio quella donna, Matriona, era colei grazie alla quale il villaggio poteva esistere. Ho voluto ricordare queste due immagini perché sono quelle che a me vengono sempre in mente quando penso ad Angelica e Samar. 

Una città, un popolo, una nazione, uno Stato, non sono solo entità politiche, istituzionali, economiche. Si dissolverebbero se fossero solo questo. Hanno bisogno di un’anima che dia loro vita. Per chi si sia imbattuto nei volti di queste due donne, nelle loro storie, appare evidente che esse fanno emergere l’anima luminosa dei loro popoli. Il fatto che esistano persone come loro significa che il Buon Dio ha un progetto buono per i loro due popoli, che hanno una speranza, che hanno un destino di pace. E che ce l’hanno insieme. 

Per chi abbia colto la luce dei loro occhi e la luce che rappresentano per i bambini e i giovani vulnerati dal dolore con cui vivono e lavorano - vivendo entrambe una maternità spirituale che è forse ancora più grande della pur grandissima maternità biologica - risulta chiaro che odio e violenza non sono l’ultima parola sul mondo. 

Non c’è una maledizione su quella terra che ha dato tanto alla storia umana, non c’è una maledizione che condanna tutto e tutti alla distruzione. Si ritiene sempre che siano le élite politiche a dover risolvere i problemi. Ma invece quello che è veramente decisivo, su tutto, è ciò che viene seminato nei cuori, soprattutto nei cuori dei bambini, nelle anime dei giovani. Angelica e Samar sono delle silenziose seminatrici di umanità, quindi sono il volto della speranza. Penso che il Buon Dio vedendo i volti di persone come loro benedica i loro popoli.

Antonio Socci

          torna su

Perché il cielo non cada sulla terra


Il 22 maggio verrà consegnato ad Assisi il Premio per la pace al femminile. Lo hanno meritato una israeliana e una palestinese che educano i giovani alla convivenza tra le diverse fedi. Non solo a scuola. Anche con un forno, o una compagnia teatrale.

Un passante vide un uccellino a terra con le ali distese. Si fermò a chiedergli cosa facesse e l’uccellino rispose: «Ho sentito che Dio vuole scagliare il cielo sul mondo. Io cerco di proteggere il mondo». Questo apologo minimo e grandioso serve ad Angelica e a Samar per spiegare cosa fanno.

Angelica Calò Livné, 49 anni, è un’ebrea nata a Roma, vive in Israele, nel kibbutz Sasa, Alta Galilea. È sposata con Yehuda, professore di matematica; hanno quattro figli maschi. Insegna a ragazzi difficili già espulsi dalle scuole. Organizza laboratori serali dove le donne povere imparano un mestiere. Ha fondato nel suo kibbutz un rinomato agriturismo, aperto a tutti. E s’è inventata un teatro che diffonde la tolleranza e si chiama "Arcobaleno".

Samar Sahar, 46 anni, è una palestinese cristiana nata a Gerusalemme, vive a Betania, non è sposata. Continua il lavoro dei genitori, che aiutavano i bambini profughi dopo la guerra del 1966. Oggi Samar accoglie a Betania 110 bambini e ragazzi in difficoltà, senza distinguere tra religioni e provenienze diverse.

Fin dal primo incontro, anni fa, le due donne si sono riconosciute "sorelle". Anche se vivono dalle parti opposte del muro, lavorano per il futuro di una terra straziata: «Non un futuro migliore. Ci basta un futuro», dicono.

Il 22 maggio, Angelica e Samar saranno ad Assisi, a ricevere il Premio per la pace al femminile. L’originale riconoscimento, quest’anno alla prima edizione, è istituito dai produttori del Vino della pace di Cormòns e dall’Unione dei ristoranti del Buon Ricordo, insieme ai frati francescani del Sacro Convento di Assisi. Si legge nella motivazione che «la fraternità francescana si esprime anche nel pane e nel vino del convivio, opera di pace connaturata alle donne».

Conoscevo Angelica Calò Livné attraverso il suo libro, che s’intitola Un sì, un inizio, una speranza (pubblicato in Italia dall’Editoriale Tempi, Milano), ed è un romanzo di pianto e di sorriso, di attesa delusa e sempre risorgente. Ora la raggiungo per telefono al suo kibbutz, mi dice subito che dalla finestra vede il Lago di Tiberiade. Le sembra impossibile che su quella bellezza, resa più struggente dalla presenza del sacro legato a tre religioni, continui a soffiare l’alito dell’odio.

Anche oggi ha sentito alcuni "scoppi", come li chiama, forse dalla strada che porta alla frontiera col Libano. Mi parla dei suoi figli, Gal, Yotam, Kfir, Or. Il pensiero del maggiore che sta nell’esercito, degli altri che vanno a scuola in autobus, «mi tormenta le notti».

Angelica mi racconta di sé e della sua amica Samar: «Io sono una vera ebrea israeliana, Samar è una vera araba cristiana palestinese. La religione e l’appartenenza familiare ci dividono, ma il sogno ci unisce. Adesso Samar ha aperto a Betania un panificio dove lavorano insieme ragazzi e ragazze ebrei, musulmani, cristiani. Io continuo con la mia compagnia teatrale, dove recitano ebrei, musulmani, cristiani. Anche fare insieme il pane, o salire insieme sul palco, serve a costruire contro chi distrugge. C’è un’emozione che salva la vita», dice.

Le chiedo se il sogno resti impossibile, ed è allora che mi racconta dell’uccellino con le ali aperte, la loro risposta a chi le considera delle visionarie.

Quando mi saluta con l’augurio: Kol tov, in ebraico: "Tutto il bene del mondo", penso che Dio non vorrà scagliare il cielo sulla terra, finché ci saranno persone come Angelica e Samar.

Franca Zambonini


v. anche:
Un'altra 'perla' di Angelica Calò Livnè. I misteri della Kabbalah e Padre Pio
Angelica e Samar, due madri per la pace
Conoscersi per convivere e costruire la storia insieme
Angelica Calò Livnè, Questo dialogo con voi, la mia speranza
Progetto semplice e coraggioso: israeliani e palestinesi riuniti in un panificio


| home | | inizio pagina |